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Viterbo - Aspettando la macchina di santa Rosa dagli scalini del santuario

Prima l’attesa, poi la magia…

di Francesca Buzzi
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Santa Rosa - Corteo Storico 2017

Santa Rosa – Emma con la mamma Francesca Buzzi

 

La piccola Emma con il padre facchino

La piccola Emma con il padre facchino

Viterbo – “Mamma ma quando arriva? Quando arriva la Macchina di santa Rosa?”.

Sono da poco passate le 19 e di tempo ce ne vorrà ancora molto. Ma spiegarlo a una bambina di due anni, impaziente e costantemente in movimento, è a dir poco impossibile. 

“Tra un po’ amore, quando farà buio” rispondo.

Del resto, sugli scalini della basilica di santa Rosa, Emma non è certo l’unica ad essere impaziente. 

Lì, ancora di più che in ogni altro punto del percorso, l’attesa non è soltanto fretta di vedere arrivare Gloria. Lì l’attesa è tante cose messe insieme. Perché seduti fianco a fianco su quella scalinata ci sono le persone più care ai facchini: mamme, papà, figli, mogli e fidanzate. 

E non si aspetta solo la Macchina. 

Si aspetta l’abbraccio sudato, appiccicoso e liberatorio di chi ha portato a termine una fatica disumana. Gli occhi lucidi di chi è al suo primo trasporto e ancora non ha neanche realizzato di aver partecipato a una cosa così grande. Quelli, forse ancora più lucidi, di chi invece lo fa da anni e ogni volta si stupisce di quanto tutto questo sia magico.

Si aspetta il “Santa Rosa, fuori!” del capofacchino Sandro Rossi urlato a squarciagola. Un grido di gioia e liberazione, che appena pronunciato nasconde già una velata nostalgia e la voglia di ricominciare da San Sisto.

Si aspetta il fiume di spumante stappato qualche secondo dopo che la Macchina è stata posata per l’ultima volta sui cavalletti. I sorrisi, i sospiri e gli sguardi complici di chi senza parlare si sta dicendo: “L’abbiamo riportata a casa pure quest’anno”.

Si aspetta Rosa. La santa bambina, piccola e fragile, che in cima alla sua torre candida e scintillante diventa grande e maestosa. 

Lì, su quei gradini, la Macchina sembra non arrivare mai. Il maxischermo trasmette tutto quello che sta succedendo: il primo “Sollevate e fermi” e le soste che seguono. Immagini che appaiono lontane, come se fossero di un altro posto o di un altro tempo.

Le ore passano. L’impazienza diventa quasi ansia. 

Emma gioca con un palloncino cercando come può di vincere la stanchezza e il sonno che comincia ad appesantirle gli occhi. Non ce la fa quasi più. Quella scalinata le sta davvero troppo stretta.

Poi di colpo il buio. Gloria è a piazza del Teatro e i facchini si preparano ad affrontare la salita. Di corsa. E’ l’ultimo sforzo. Il più faticoso. Soprattutto dopo il tragitto allungato con l’aggiunta di via Marconi, percorsa fino in fondo per due volte, all’andata e al ritorno.

Il momento è arrivato. L’attesa è finita. Gloria, gigante e pesantissima, sembra volare leggera come una piuma sulle spalle dei facchini. Una manciata di secondi ed è già qui. Qualche istante per fare l’ultima curva e poi appoggiarla con delicatezza di fronte al santuario.

Emma si dimentica del palloncino, della noia e del sonno. Le ore passate ad aspettare non contano più niente. Gli occhi, le orecchie e il cuore sono sintonizzati solo su quello spettacolo. Così eccezionale da lasciare tutti a bocca aperta, non solo i bambini.

Quel tempo che fino a poco fa sembrava lentissimo, ora scorre via troppo velocemente. E anche lei se ne accorge: “Mamma ma è già finita? Quando ricomincia?”. Molto probabilmente, in quella piazza, non è l’unica a chiederselo…

Francesca Buzzi


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4 settembre, 2017

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