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Tribunale - Soriano nel Cimino - Coppia a processo, parlano il curatore fallimentare e la guardia di finanza

Fallisce call center, titolari alla sbarra per bancarotta fraudolenta

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L'avvocato Mario Rosati

L’avvocato Mario Rosati

 

Il pm Stefano D'Arma

Il pm Stefano D’Arma

 

L'avvocato Enrico Valentini

L’avvocato Enrico Valentini

Soriano nel Cimino – Fallisce call center, titolari alla sbarra per bancarotta fraudolenta. Si è aperto ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei il processo a una coppia di coniugi di Soriano nel Cimino, difesi dagli avvocati Mario Rosati e Enrico Valentini, che avrebbero chiuso l’azienda lasciando un buco di 900mila euro ai danni dei fornitori. 

Prima del crac definitivo, però, secondo l’accusa, la coppia avrebbe cercato di “limitare i danni”.

Vendendo, ad esempio, in maniera sospetta, tre auto superlusso intestate alla società, i cui proventi sarebbero serviti per acquistare altre macchine intestate a vari familiari, invece di usare i soldi per pagare i creditori. L’unica voce attiva spuntata dal bilancio, passato al setaccio nel 2013, sarebbero stati 3500 euro, ricavato della vendita di una moto Bmw. 

Solo la punta dell’iceberg, secondo il curatore fallimentare, il commercialista viterbese Maurizio Rubini, il primo testimone ad essere sentito dal sostituto procuratore Stefano d’Arma, titolare dell’inchiesta. “Tra i movimenti sospetti – ha spiegato Rubini – anche un giro di auto di lusso, un Land Rover Freelander, una Porsche Cayenne e una Maserati, vendute per comprare altri mezzi a soggetti terzi, senza far rientrare le somme nella società”.

Secondo la difesa, almeno i proventi di una vettura, sarebbero invece serviti per pagare gli stipendi ai dipendenti. 

Ma alla voragine della società, insolvente dal 2008, avrebbe contribuito anche la presenza di una società parallela, con sede nello stesso stabile dove i coniugi gestivano un negozio di telefonia al piano terra e un call center per la Telecom al terzo piano. Facente sempre capo alla famiglia, sarebbe risultata creditrice di 98mila euro, mai rientrati. 

“Attività distrattive”, secondo il maresciallo della guardia di finanza, chiamato a ricostruire le indagini in aula. “Abbiamo sentito i dipendenti, le ragazze del call center non sapevano nemmeno distinguere per quale società lavorassero. Era evidente il conflitto d’interessi tra una società e l’altra, facenti capo allo stesso amministratore”. 

Per stringere i tempi, la prossima udienza del processo si terrà fra meno di un mese, il 10 ottobre.

Silvana Cortignani


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14 settembre, 2017

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