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Tribunale - Valentano - Coppia alla sbarra per truffa aggravata - Le vittime, parti civili, chiedono 80mila euro di risarcimento

Usano il mutuo della casa sul lago per pagare i debiti…

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Viterbo - Il tribunale

Viterbo – Il tribunale

Valentano – (sil.co.) – Accendono un mutuo di 140mila euro per comprare una casa sul lago di Bolsena, ma ai proprietari dell’immobile liquidano solo centomila euro e il resto lo usano per estinguere un vecchio debito con la banca. 

Per questo una coppia è finita sotto processo davanti al giudice Giovanni Pintimalli con l’accusa di truffa aggravata in concorso.

Parti civili, assistiti dall’avvocato Pietro Marziali, due coniugi che, a distanza di anni dalla vendita di un appartamento di proprietà a Valentano, sono ancora in credito di oltre 54mila euro. Compresi i danni morali, hanno chiesto 80mila euro di risarcimento.

I fatti risalgono al periodo dicembre 2007-luglio 2012. Solo al momento della firma del rogito notarile, gli imputati avrebbero chiesto alle vittime di incassare solo parzialmente (101.800 euro) il mutuo concesso dalla banca, promettendo la successiva restituzione della rimanente somma (pari a 38.200 euro, oltre a quella già concessa in precedenza pari a 9.358 euro).

“Il fatto assurdo – spiega l’avvocato di parte civile Marziali – è che in calce al mandato irrevocabile a favore di terzi, per l’importo concordato nella compravendita di 140mila euro, venne aggiunta una postilla, a penna, con la quale si autorizzava la banca a bonificare il minor importo di 101.800 euro”.

“Si è scoperto nel corso dell’istruttoria, fatto gravissimo, che l’acquirente dell’immobile, segnatamente l’imputata, la quale chiese ed ottenne il mutuo bancario – aottolinea Marziali – aveva con l’istituto di credito in questione un precedente debito pari, guarda caso, alla somma decurtata ai venditori, odierne parti civili”.

“I miei assistiti – prosegue il legale – presi alla sprovvista, firmarono effettivamente in calce la suddetta postilla, non rendendosi conto di quello che sarebbe poi effettivamente accaduto”.

“In buona sostanza l’imputata ha pagato un precedente debito contratto con la banca coi soldi dei venditori – dice ancora il legale – ovvero decurtandolo arbitrariamente dal corrispettivo concordato da quest’ultimi per la compravendita, fatto di una gravità inaudita”.

Su insistenza dei venditori, nell’aprile 2008, venne redatta tra le parti una scrittura privata, nella quale gli attuali imputati si impegnavano a restituire il dovuto, maggiorato di un piccolo interesse, in centoventi rate mensili di circa 500 euro l’una.

“Le rate però vennero ossequiate, sin dall’inizio, solo sporadicamente, sino a cessare del tutto, tanto che, a tutt’oggi, rimane un insoluto di 54mila euro, oltre il danno da svalutazione monetaria”.

Nei giorni scorsi, a distanza di dieci anni dall’inizio della vicenda, il processo si è concluso con la prescrizione per l’imputata, mentre l’imputato è stato condannato a un anno di reclusione e 400 euro di multa (contro i nove mesi chiesti dal pm), con la sospensione della pena condizionata al pagamento di 10mila euro di provvisionale a ciascuna delle parti offese e il resto da liquidare in sede civile.

“L’entità dei danni, patrimoniale e morale, richiesti dalle parti civili ammonta complessivamente a 80mila euro”, ricorda Marziali, spiegando che la normativa che regola gli atti pubblici, con particolare riferimento a quella antiriciclaggio, non consente, nella maniera più assoluta, di modificare l’importo, effettivamente trasferito ai venditori, sacramentato in una atto pubblico di compravendita.

Per il notaio rogante, sentito come teste, la postilla modificativa dell’importo da bonificare ai venditori, non riportata nell’atto di compravendita, era del tutto illegale. E, sempre per il notaio, la banca erogante non poteva, nella maniera più assoluta, consentire una modifica dell’importo da corrispondere. 


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4 gennaio, 2018

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