Viterbo – Ma è poi vero che uno vale uno? Ed è poi vero in tutti i campi? E in particolare: è vero in politica? La demagogia e il populismo più sordido stanno facendo a pezzi una classe politica, che già era di incompetenti e cialtroni. Analfabeti funzionali che si sono spacciati per anni per politici e addirittura statisti. E va detto che, se è stata sbaragliata da un comico e da un capo popolo da strapazzo, vuol dire che una grande classe politica non era. Il populismo non ha bisogno di fare nulla quando chi governa è un nano colorato.
Ma è sempre stato così? Verrebbe da dire di no. Se la mente va ad esempio a personaggi come De Gasperi, Nenni, La Malfa, Croce, Togliatti, Pertini… La politica, insomma, non è sempre stata quella povera cosa che è ora. Da anni la selezione della classe politica si è basata sull’obbedienza e non sulla competenza. C’è chi per sicurezza candida le proprie segretarie, chi candida i propri dipendenti, chi candida degli incompetenti certificati, ma servizievoli.
Questa classe “dirigente”, verrebbe da dire classe “ossequiente” dell’ultimo sondaggio, è stata giustamente sbaragliata da un comico e da un branco di possibili capi condominio, e da un secessionista diventato ipernazionalista alla Le Pen. Roba da ridere, se non fosse la dura realtà.
La Francia repubblicana di fronte a questa ventata ha fatto quadrato in vario modo. In Italia i vari Renzi e Berlusconi sono andati davanti alla “rivoluzione” cercando di asfaltare la strada in tutti modi. Al populismo si è contrapposto un populismo ancora più gretto e vigliacco. Ma attenzione, chi di populismo ferisce di populismo e semplificazione perisce. E’ capitato pure a Renzi e Berlusconi e a un’intera sedicente classe politica. A forza di dire che la politica è una cosa vergognosa in sé. A forza di santificare la società civile. E’ arrivata la “società civile” che ha fatto le scarpe alla prima generazione di populisti. “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro… che ti epura” diceva Nenni. Parafrasando: “A fare a gara di populismo, c’è sempre uno più populista che ti sotterra”. Questo è successo. E siamo all’apoteosi dell’incompetenza. Basta vedere chi abbiamo eletto in parlamento e chi vuole governare il paese.
Per tutto questo, e non solo, abbiamo chiesto a Renzo Trappolini di ricordare alcuni politici della famigerata prima repubblica. Anche per stabilire che la prima repubblica ha avuto più fasi. E c’è stato un momento fondazionale e costituente, per così dire, non banale. Si inizia con De Gasperi. Politico di un rigore e visione del futuro che oggi appare impressionante. Ecco, De Gasperi è stato uno statista competente e di dirittura austro-ungarica. Un solo errore, si fa per dire, essersi scelto Andreotti come discepolo. Trappolini, su questo dissente. Ma tanto è, ognuno ha la sua visione delle cose e della storia. Finché ce lo permettono. Finché il prevalere del cretino ce lo permetterà.
Per cultura generale riportiamo la formidabile definizione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. E dire che, quando scrivevano, i due geniali autori, Facebook non c’era.
“È stato grazie al progresso che il contenibile “stolto” dell’antichità si è tramutato nel prevalente cretino contemporaneo – spiegano Fruttero e Lucenti -, personaggio a mortalità bassissima la cui forza è dunque in primo luogo brutalmente numerica; ma una società ch’egli si compiace di chiamare “molto complessa” gli ha aperto infiniti interstizi, crepe, fessure orizzontali e verticali, a destra come a sinistra, gli ha procurato innumerevoli poltrone, sedie, sgabelli, telefoni, gli ha messo a disposizione clamorose tribune, inaudite moltitudini di seguaci e molto denaro. Gli ha insomma moltiplicato prodigiosamente le occasioni per agire, intervenire, parlare, esprimersi, manifestarsi, in una parola (a lui cara) per “realizzarsi”.
Sconfiggerlo è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d’inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni (per lui, il cretino è sempre “un altro”); e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, “inferiore”, anche quando − agghiacciante fenomeno − vi si abbandona egli stesso”.
Ricordare statisti e politici di rango, è anche un modo per inutilmente combattere il prevalere del cretino. E, fortuna per voi, questa è l’unica prefazione al lavoro di Renzo Trappolini che ringraziamo fin da ora per dedizione, sagacia e forza con cui ha elaborato questi ricordi/ritratti di grandi politici, ai quali dobbiamo questa disgraziata democrazia.
Carlo Galeotti
– Gli otto anni in cui De Gasperi guidò la ricostruzione dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale finirono alle 19 del 28 luglio del 1953 a Caprarola.
Lì villeggiava il presidente della repubblica Einaudi, al quale rassegnò le dimissioni, dopo che in mattinata il parlamento aveva negato la fiducia al suo ultimo governo.
Morì l’anno successivo. Nei suoi 73 anni aveva avuto – come scrisse la figlia Maria Romana – tre vite.
La prima, lui trentino, da “rappresentante di un popolo di sentimenti italiani ma suddito austriaco”. Studente cattolico e contestatore che provò anche il carcere, difensore dei diritti di chiunque soffrisse la prepotenza dei padroni di casa, compresi arrotini e spazzacamini alpini.
Deputato nel parlamento di Vienna con l’occhio e l’azione rivolti al legittimo ritorno in patria.
La seconda, dal 1921, di contrasti, sofferenze e umiliazioni. Parlamentare italiano dimesso, incarcerato e sorvegliato dalla dittatura fascista; povero “una stanza e una tenda a fiori per separarla dal corridoio con le brandine delle figlie”; modesto impiego in Vaticano, guardato anche lì con sospetto per le sue titubanze sulla politica concordataria tra regime e Santa Sede “compromissoria per la Chiesa”. Attivo nel preparare il dopo. “Uomo della resistenza” lo definirà il socialista Pietro Nenni, suo eterno antagonista, che nei diari (8 luglio 1974), annota un antico colloquio in cui i due ricordavano quando “ tu (Nenni) saltavi i pasti a Parigi (esule) e io (De Gasperi) vivacchiavo di stenti a Roma”.
Poi la liberazione e la terza vita da uomo di governo, alla guida della ricostruzione di un Paese in cui la guerra aveva lasciato sette milioni di senza tetto, ferrovie, strade e porti ridotti al dieci per cento della funzionalità, mancanza dei pur minimi mezzi di sussistenza: delle 260 mila tonnellate mensili di grano necessarie ce n’erano solo 140.
I suoi governi lasciarono l’Italia ricostruita economicamente e politicamente (“restaurata”, puntualizzavano Nenni e Togliatti), nonostante le ricorrenti crisi parlamentari, per evitare le quali volle, nel 1953, una legge che al partito con un voto in più del 50% assegnasse un numero di seggi utile alla stabile governabilità. La chiamarono “legge truffa”. La Dc, pur confermandosi primo partito, non ottenne quella maggioranza ed il governo che De Gasperi fu incaricato di formare venne bocciato la mattina di quel 28 luglio 1953. Einaudi chiuderà poi d’imperio la crisi firmando l’incarico a Pella.
La sera stessa, dunque, De Gasperi, “stanco ma sereno” arrivò a Palazzo Farnese e difronte alla folla di giornalisti e fotografi che l’attendevano, commentò: “E’ il saluto al gladiatore decaduto”.
Quando aveva iniziato, alle nazioni vincitrici la guerra, si era dovuto presentare riconoscendo, nel gelo che lo accolse, come “solo la loro personale cortesia” gli consentiva di avere ascolto. Chiese che venissimo aiutati “a portare il peso della nostra sventura con dignità”. Ottenne fiducia, gli americani credettero nel suo progetto di ricostruzione e lo finanziarono. In pochi anni l’Italia diventò protagonista sulla scena mondiale con le scelte del Patto Atlantico (riarmarsi per difendersi – le nazioni europee con gli Usa – come facevano, al di là della “cortina di ferro”, i paesi comunisti nel Patto di Varsavia) . Scongiurare, poi, altre guerre, attraverso l’unione europea anche per riequilibrare lo scontro tra i blocchi sovietico e americano ,“ concezione attiva con quel retaggio culturale comune che esalta la figura e la responsabilità della persona col suo fermento di fraternità evangelica e di diritto ereditato dagli antichi”. Da costruire non con le “scartoffie”, ma ritrovandosi intorno al tavolo come “uomini” prima che come “diplomatici” (o burocrati si direbbe oggi).
Con Sturzo, De Gasperi trasformò il vecchio Ppi nella Democrazia cristiana, partito che nel suo intendimento avrebbe dovuto “fornire ai cittadini orientamenti senza intimazione… non promettere l’irrealizzabile, accampato nella società per servirla, non per dominarla, senza far credere ad uomini mito”. Con “l’apertura al progresso sociale, alla giustizia per i lavoratori, nel rispetto della libertà” individuale e collettiva, “proponendo soluzioni pratiche ed accettabili” dagli altri.
Anche quando la Dc ebbe la maggioranza assoluta egli volle, infatti, sempre associare al governo altri partiti. La ricerca della collaborazione con le forze politiche democratiche gli consentì di guidare con equilibrio anche la difficile transizione, nel 1946, dalla monarchia alla repubblica e pochi ricordano che proprio lui, De Gasperi, fu il primo capo provvisorio dello Stato italiano e non Enrico De Nicola. Nominato dal Consiglio dei Ministri dopo che fu certificata la vittoria della Repubblica, alla mezzanotte tra il 12 e il 13 giugno 1946.
Con i comunisti aveva collaborato fino a che, per lo scontro tra Usa e Urss, non dovette rinunciare alla loro presenza nel governo, la quale, peraltro e come si sa, era appunto di governo ma anche di lotta. Una volta, raccontò, “obiettai a Togliatti: ma siete due o uno? Togliatti che sa di letteratura mi rispose ricordandomi la frase dantesca “ed eran due in uno”. Controllai, era il canto XVVIII dell’Inferno”.
Nel simbolo del suo partito De Gasperi, con la parola libertas, volle una croce. Era cristiano, ma seppe opporsi con durezza alle pretese del papa di costringere la Dc all’alleanza con i fascisti per evitare che a Roma fosse eletto un sindaco comunista. La Dc vinse da sola, ma De Gasperi dovette subire l’umiliazione del rifiuto di un’udienza da Pio XII nonostante fosse in occasione dell’anniversario del suo matrimonio e della professione religiosa della figlia Lucia che si era fatta monaca.
Tredici mesi dopo quel viaggio a Caprarola, nel 1954, De Gasperi morì nel suo Trentino con accanto la famiglia e chiedendosi “di quanti errori mi chiamerà responsabile il Signore, padrone della terra e dei popoli?”.
Poco prima aveva scritto il suo ultimo discorso per il congresso Dc di Napoli “stando a letto” e lo volle leggere tutto, nonostante si fosse dovuto interrompere per la debolezza fisica. Era sempre stato un oratore stringato ed incisivo. Piaceva all’elettorato femminile, scrive spesso Giampaolo Pansa parlando dei suoi comizi. A Viterbo, parlò due volte: il 17 dicembre del 1944 passando anche per Ronciglione, Civita Castellana e Carbognano e il 7 giugno 1951.
Quando era partito l’ultima volta da Roma per il Trentino, fu salutato alla stazione da pochi “fazzoletti” e pochi amici politici, tra i quali il ministro Mattarella, padre dell’attuale capo dello Stato e il fedele Andreotti. Ma il suo funerale attraversò “trionfalmente” – scrivono le cronache – mezza Italia, dalla Valsugana alla basilica di San Lorenzo a Roma dove è sepolto.
Renzo Trappolini
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