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La grande politica

Ugo La Malfa, la Cassandra della prima repubblica

di Renzo Trappolini
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Ugo La Malfa

Ugo La Malfa

Viterbo – Ugo La Malfa era vicepresidente di un governo nato per essere bocciato dal parlamento e portare gli italiani al voto, quando per un’emorragia cerebrale morì il 26 marzo 1979, mentre il senato stava per approvare la legge istitutiva dell’Università a Viterbo.

L’intervento del presidente Andreotti, del senatore Dc Onio Della Porta col collega Pci Sergio Pollastrelli, fece anticipare al mattino la seduta già convocata per il pomeriggio del 28, quando la concomitanza con i funerali l’avrebbe mandata deserta.

Si discusse solo dell’università (con pochi presenti) considerando che “continuare a lavorare quel giorno (l’ultimo utile) fosse il modo migliore per onorare la memoria” del politico.

In quel governo di una settimana, la fine di Ugo La Malfa segnò anche l’inizio dello sgretolamento della prima repubblica, venendo a mancare l’uomo che con un partitino fortemente minoritario era stato per quarant’anni ponte tra forze politiche, sindacati e Confindustria da un lato e, dall’altro, stimolo alla ricostruzione (già nel 1945 ministro dei trasporti distrutti dalla guerra), alla modernizzazione dell’apparato produttivo, all’apertura ai mercati dopo l’autarchia del fascismo, all’equilibrio dei conti pubblici e della bilancia dei pagamenti, alla redistribuzione dei redditi.

Il suo impegno politico, iniziato vicino ai movimenti repubblicani negli anni del fascismo non fu mai disgiunto, infatti, dalla visione e dalle regole dell’economia e della finanza che aveva profondamente studiato negli anni in cui dirigeva l’ufficio studi della Banca commerciale italiana, un’eccellenza nel panorama culturale del paese.

Ha scritto Giovanni Spadolini che La Malfa avvertì ben presto, già in pieno boom economico, “la discrasia tra classe politica e paese reale, preoccupandosi di incanalare in nuove strutture, in nuovi schemi di vita associata i fermenti incomprimibili della società italiana” convinto della necessità dello “spostamento a sinistra dell’asse politico”, perché le masse lavoratrici potessero contribuire da protagoniste alla crescita di un paese inserito nel blocco capitalistico occidentale.

In questo senso, operò per il passaggio dal centrismo degasperiano (governi Dc in vario modo con, Pri, Psdi, Pli) all’accordo (centrosinistra) col Psi del quale non apprezzava le fratture concorrenziali col Pci, fino alla ricerca, in tempi di “repubblica conciliare”, del dialogo tra le masse cattoliche e quelle marxiste, culminato nella “Terza fase” che Aldo Moro voleva avviare con i governi di unità nazionale.

Da questi assunti politici e dalla loro traduzione in forme economiche, nacque la innovativa “Nota aggiuntiva” al bilancio del 1962, con l’indicazione delle priorità da seguire per uno sviluppo programmato dei tre settori portanti (agricoltura, sud, consumi e servizi pubblici, in particolare sanità e scuola), dell’obiettivo della politica dei redditi da far crescere con equilibrio attraverso il coinvolgimento nelle scelte di sindacati ed imprenditori, dell’adozione dello strumento del piano quinquennale degli interventi.

L’attività programmatoria scontò le difficoltà portate dalla atavica e perdurante ostilità delle caste politiche, imprenditoriali e sindacali a sottoporsi a limitazioni per conseguire organicamente obiettivi più generali.

Al governo, poi, conveniva tener buone le consorterie con prebende e bonus che, purtroppo, ancora paghiamo, ma per La Malfa “pensare di risolvere crisi e squilibri con un generale disimpegno e un minor lavoro significa imboccare la strada verso il suicidio”.

Ne scrisse approfonditamente in un libro del 1974 che, significativamente intitolò “La Caporetto economica”, sconfitta pari a quella militare della grande guerra, col trionfo degli individualismi e dei corporativismi.

“Cassandra” lo chiamarono per le sue inascoltate profezie negative che regolarmente si avveravano. Comprese le conseguenze sul piano sociale che si tradussero poi nel terrorismo e delle quali, subito dopo la strage di piazza Fontana del ’69, egli aveva avvertito l’immanenza invocando come antidoto “la presa di coscienza dei doveri reciproci e delle responsabilità” ed arrivando a richiedere la pena di morte il giorno del rapimento dell’onorevole Moro.

“Il suo pessimismo – disse il presidente della camera, Pietro Ingrao commemorandolo – non lo portò però mai alla rinuncia, perché aveva una marcata coscienza del ruolo del ceto politico verso il Paese”.

Ma appaiono purtroppo attuali le sue previsioni dirette a chi considerava la programmazione un libro dei sogni: “ l’espansione del settore pubblico e della spesa corrente, il diminuire del rendimento della macchina statale nella insufficienza dei servizi collettivi; una giungla, la distribuzione dei redditi; lo sviluppo dei consumi prodotto in senso verticale con peggioramento delle condizioni delle aree e dei settori depressi”.

Pur con la sua minima rappresentanza parlamentare, La Malfa ebbe sempre il rispetto dalle forze politiche, anche perché l’Italia grazie a uomini come lui, Einaudi, Menichella, Carli – con il consenso di De Gasperi – potè aprirsi all’economia di mercato interna ed internazionale “riuscendo – come ha scritto lo stesso Carli – a ” farci diventare uno dei maggiori paesi del mondo”, da sconfitti e distrutti come eravamo. Mai, credendo, Ugo La Malfa, al “mito dell’Italia che si farà da sé”.

Un percorso che richiedeva rigore e rispetto di regole, tempi e numeri, del contenimento dei consumi non sostenibili come quando lui, fautore della nazionalizzazione delle imprese elettriche, non esitò a prendersela con l’Enel che stava moltiplicando le spese di gestione per accontentare le rivendicazioni settoriali di dirigenti di piccole centrali confluiti nell’ente.

O quando minacciò la crisi di governo ritenendo prematura l’attivazione della Tv a colori per i costi addossati al sistema paese attraverso l’acquisto dalla Francia della tecnologia Secam.

O battendosi perché la Banca d’Italia fosse realmente autonoma da ogni ingerenza politica. Cosa quest’ultima che seppe rifiutare con fermezza, non autorizzando, da ministro del Tesoro, l’aumento del capitale di Finambro, società del gruppo Sindona e quindi il rastrellamento di risparmi in danno degli investitori, consapevole, disse, del perverso “gioco sui cambi delle monete con le conseguenze sulla svalutazione della lira” di cui si era reso protagonista il banchiere siculo amerikano, consultato in Vaticano, finito “suicida” in carcere col caffè al cianuro, come il conterraneo Pisciotta.

Non era cosa facile, ma La Malfa la risolse semplicemente non convocando – come gli competeva – il Comitato di ministri (Cicr) che avrebbe dovuto approvare, ma nel quale si sarebbe trovato in minoranza.

E pensare che, nel suo ultimo giorno di vita, l’ambulanza che lo soccorse morente passò in via Nazionale davanti alla sede della Banca d’Italia dove, quel 24 marzo 1979, stavano arrestando il governatore Baffi ed il capo della Vigilanza Mario Sarcinelli che si erano opposti al salvataggio di Sindona.

Questo rigore e questa simbiosi di impegno politico e visione economica, con il rifiuto dei giochi meschini, derivarono a La Malfa dalla cultura pragmatica e non ideologica del Partito d’Azione, una organizzazione che durò lo spazio d’un mattino (si sciolse pochi mesi dopo il suo primo congresso del febbraio 1946), in cui militò prima nella clandestinità imposta dai tempi fascisti e poi in una ampia organizzazione nazionale, insieme ad alcuni tra i migliori cervelli dell’epoca. I quali, orgogliosi, permalosi ed anche litigiosi come accade ai grandi intellettuali (in una riunione tra i “meridionali” ed i “romani” , “volarono parole grosse e – il meridionale – La Malfa dette uno schiaffo fortissimo al romano Comandini”) avevano grandi ideali, alte competenze ma scarsa versatilità ai compromessi della politica (alle elezioni del 2 giugno 1946 ottennero solo l’1,5% dei voti).

Dalla diaspora che seguì lo scioglimento nacque il Partito Repubblicano di cui La Malfa assunse la guida . Come gli altri, era convinto che il fascismo non era stato un “incidente della storia” (Croce) ma patologia tutta italiana, “metastasi destinata a riprodursi” e contro la quale occorreva “l’intervento chirurgico, la rivoluzione morale con cui cambiare radicalmente – ha scritto Sergio Romano – le caratteristiche genetiche della nazione”. In sostanza, non semplicemente riforme ma “rinnovare la società e cambiare l’uomo”.

Un film già visto, con lo stesso fascismo, poi con il comunismo, con la grande “purga giudiziaria” di Tangentopoli e tuttora in visione con i movimenti che oggi hanno abbattuto, attraverso la denuncia della corruzione, anche la seconda repubblica.

Insomma, il continuo scontro tra un’Italia buona ed un’Italia cattiva, nel quale – accanto ad opportunisti pronti a salire su tutti i carri vincenti – fortunatamente combattono anche uomini pensosi, seppur sofferenti nella solitudine di chi sa di non essere sempre capito ma di aver ragione e non rinuncia ad operare con moralità, concretezza e tenacia. Come Ugo La Malfa.

Renzo Trappolini


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30 giugno, 2018

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