Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Tanti anni fa usciva nella nostra provincia (Viterbo) un singolare libricino di una mia collega che raccontava l’esame di maturità e il suo vissuto da dietro le quinte , il vissuto di studenti e di commissari durante, appunto, il cosiddetto “Esame di maturità”; fu un lavoro molto apprezzato a livello nazionale.
Oggi quella collega non è “preside” ma come si dice ora: “dirigente scolastico” e l’esame si chiama “Esame di Stato”.
Molto è cambiato da allora: oggi lo studente può iniziare il suo esame con una slide con il titolo della sua trattazione o (sarebbe sembrato impensabile tempo fa) può proporre all’intera aula di indossare un “naso finto“ e coinvolgere tutti in attività volte a presentare supporti terapeutici per i ragazzi di oncologia pediatrica, mostrando di conoscere – secondo il proprio livello – di essere competente nel proporre una presenza positiva e di supporto a bambini meno fortunati.
Tuttavia, può accadere che, colleghi più abituati a sistemi di verifica – diciamo così – “datati”, forse inconsapevolmente, possano creare un clima difficile quando si debba, ad esempio, verificare un algoritmo matematico particolarmente complesso; o facciano difficoltà ad accogliere gli esiti di lavori di gruppo realizzati durante un anno scolastico e mirati alla produzione di competenze da spendere in un futuro lavoro, con la conseguenza di far vivere agli studenti, in sede di esame, momenti di disagio poco proficui.
Chi sbaglia? La trasformazione della didattica in questi anni, rivolta più alla costruzione di competenze che non alla sola assimilazione nozionistica, ci porta a ritenere che, soprattutto in sede di esame, porre uno studente in un clima di accoglienza e di ascolto delle sue esperienze e ricerche, non possa che giovare alla sua “maturità”, nella personale consapevolezza che il percorso di studi intrapreso per cinque anni, lo hanno condotto a quelle meditate conclusioni.
Sarà, magari, accaduto così a quella studentessa che introduce la Serendipity (cioè la fortuna di trovare qualcosa quando se ne sta cercando un’altra) e ha collegato questo concetto alla sua tesina poiché, ha sostenuto: ”anche se nella vita ci poniamo degli obiettivi da perseguire, c’è sempre la possibilità di imbattersi in qualcosa di nuovo e inaspettato, che stravolge piacevolmente i nostri piani”.
O l’altro ragazzo che nel suo articolato percorso, così pieno di entusiasmo ha voluto raccontare “cosa tiene accese le stelle”, esempi questi che rappresentano come gli studenti abbiano già intravisto e sognato un loro futuro, condividendolo con passione con i commissari del loro esame.
Non sappiamo ancora come sarà l’esame dei prossimi anni, già in via di modifica, ma possiamo dire che quando si leggeva Plutarco, quell’autore raccomandava: “Bisogna però che alla teoria si unisca la pratica, attraverso l’esercizio delle personali capacità inventive, per costruirsi una forma mentis , bisogna insomma mettere anche i pigri in condizione di poter proseguire da soli, dopo che sono riusciti a comprendere i capisaldi della filosofia, affinché, tenendo a mente ciò che hanno ascoltato, possano utilizzarlo ai fini di una loro ricerca personale, accogliendo la parola altrui come seme e principio da sviluppare ed accrescere. La mente non è un vaso da riempire, ma come la legna da ardere ha solo bisogno di una scintilla che l’accenda e le dia l’impulso per la ricerca e un amore ardente per la verità”.
Molti studenti lo stanno dimostrando in questo Esame di Stato.
Professor Gianni Ginnasi
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