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Tribunale - Vetralla - Vittime due coniugi ultraottantenni, alla sbarra un topo d'appartamento professionista

Segregati in casa dai ladri e liberati dai pompieri…

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Vetralla

Vetralla

Vetralla – “Non ci hanno ammazzato e di questo li ringrazio”. I banditi però li hanno chiusi a chiave in casa loro e per liberarli ci sono voluti i pompieri. 

E’ uno dei momenti più drammatici della lucidissima ricostruzione fatta da una 82enne di Vetralla, vittima col marito (nel frattempo deceduto) di un furto in appartamento avvenuto la notte tra il 21 e il 22 ottobre 2017 al secondo piano di uno stabile in piazza Europa a Vetralla. 

A processo uno solo dei banditi, accusato (comunque) di furto aggravato in concorso: un albanese di 36 anni, catturato a tempo di record dai carabinieri in Liguria, il 25 ottobre, appena quattro giorni dopo il colpo, grazie al test del Dna sulle tracce di sangue lasciate sul terrazzo dopo essersi fatto male mentre sfondava il verto della portafinestra per entrare.

L’imputato, un topo d’appartamento professionista, abituato a vivere di ladrocini, è stato arrestato a Sanremo e, per via della sua lunga lista di precedenti, si trova tuttora in carcere. 

La coppia si è accorta della razzia solo la mattina successiva. Al risveglio, la casa era a soqquadro e i malviventi, in fuga dal portone d’ingresso, forse per ritardare l’allarme, li avevano chiusi a chiave dentro a doppia mandata. Per liberarli è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco. Il marito nel frattempo è morto e in aula ha testimoniato solo la moglie, una signora straordinariamente arzilla nonostante l’età. 

“Hanno rubato tutti gli ori di mia mamma e di mia nonna. Loro ci avranno fatto pochi soldi, ma per me erano cose del cuore, mi hanno levato un pezzo di vita”, ha detto l’82enne, elencando la refurtiva. Del bottino faceva parte anche la Fiat Panda parcheggiata sotto casa, usata per fuggire e abbandonata dai banditi in un bosco vicino Tre Croci.

Sia sull’auto che sul balcone i carabinieri del maresciallo Adriano Marzi, comandante della stazione di Vetralla, hanno rilevato tracce di sangue il cui Dna, analizzato dal Racis dei carabinieri, ha condotto in maniera univoca all’imputato. 

“Mi hanno lasciata nel terrore, non mi sento più sicura a casa mia – ha detto l’anziana, rivolta al giudice Giacomo Autizi, mentre lasciava il banco dei testimoni –  perché lo fanno? Rovinano l’esistenza delle povere vecchie”. 

Non si è costituita parte civile, ma al palagiustizia del Riello l’82enne si è presentata col suo avvocato. 

Oltre alle tracce di sangue, come ha spiegato lo stesso maresciallo Marzi, sull’auto i carabinieri hanno rinvenuto anche un cellulare riconducibile al bandito, i cui tabulati hanno rivelato come nei giorni precedenti il furto avesse fatto numerosi sopralluoghi a casa delle vittime. Segno di un piano preordinato e studiato a fondo. Non un assalto estemporaneo, ma frutto di un preciso intento criminale. 

Il 36enne, scortato dalla penitenziaria, dovrà tornare in aula il 6 ottobre, giorno fissato per la sentenza. Ieri è stato difeso da  un avvocato d’ufficio, Remigio Sicilia, in assenza del suo legale di fiducia, del foro di Savona. 

Silvana Cortignani


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19 luglio, 2018

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