Viterbo – Poco più che ventenne entra nell’azienda di famiglia, dissipando 600mila euro in pochi anni per fare la bella vita, nascondendo le spese pazze ai familiari. Secondo lo psichiatra senza dolo, per colpa di un disturbo della personalità. Fino a quando non capisce e chiede aiuto.
Nel frattempo è finito sotto processo con l’accusa di bancarotta fraudolenta dalla quale è stato assolto mercoledì scorso dopo nove anni. A distanza di nove anni e dopo che nel processo è entrata la perizia psichiatrica del professor Giovanni Battista Traverso, su richiesta del difensore Roberto Massatani.
Protagonista della vicenda un uomo oggi 38enne, appena 26enne quando, nel 2007, è entrato come socio di minoranza e procuratore in una delle aziende di famiglia, una concessionaria di auto di lusso alle porte del capoluogo, dichiarata fallita nel marzo 2010.
Secondo l’accusa, l’imputato, al fine di procurarsi un ingiusto profitto e di arrecare pregiudizio ai creditori, essendo a conoscenza dello stato di dissesto in cui si trovava la società prima del fallimento, nell’ambito di un crac da quattro milioni di euro, avrebbe distratto la somma di oltre 620mila euro.
Una cifra modesta rispetto ai quattro milioni del totale, ma abbastanza per finire sotto processo per il grave reato di bancarotta fraudolenta davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone, che il 9 gennaio lo ha assolto, dopo avere accertato che quei soldi se ne erano andati in “dolce vita”.
Decisiva la perizia del professor Traverso, il quale ha confermato quanto sempre sostenuto dalla difesa e cioè che l’allora giovane imputato era affetto da disturbo borderline di personalità e per questo avrebbe sperperato in alcol droghe, donne e movida, nel giro di pochi anni, gli oltre 600mila euro finiti al centro del processo.
“Quando il mio assistito per primo ha capito la gravità della situazione, si è confidato coi genitori e si è sottoposto a tutte le cure del caso, è stato ricoverato in clinica, ha seguito le terapie ed è guarito – ha spiegato l’avvocato Massatani ai tre giudici del collegio – di quegli anni sregolati resta il ricordo di quegli oltre 600mila euro dissipati per condurre uno stile di vita sfrenato dal quale, per fortuna, è uscito, grazie a se stesso e alla sua forza di volontà, ma anche grazie all’aiuto di una famiglia che è stata sempre presente e lo ha aiutato a rimettersi in piedi, facendosi carico non solo di farlo curare, ma anche di restituire l’intera somma di cui si era appropriato il figlio”.
“Non una bancarotta fraudolenta, ma semmai un’appropriazione indebita – ha concluso il legale – oppure, al più, una bancarotta riparata, dal momento che la famiglia si è fatta parte diligente e ha restituito l’intero ammontare fino all’ultimo centesimo”. E’ finita con una assoluzione.
Silvana Cortignani
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