Orte – “Conosco tanti zingari, vi faccio ammazzare”. Con questa minaccia un uomo si è ribellato a un controllo degli agenti della polizia ferroviaria. L’episodio è accaduto la sera del 23 maggio 2017 nel bar della stazione di Orte. L’uomo, difeso dall’avvocato Domenico Gorziglia, è finito a processo, di fronte al giudice Giacomo Autizi, per resistenza a pubblico ufficiale. Ieri la condanna a 9 mesi di reclusione.
In aula, prima della sentenza, sono stati ascoltati due dei quattro agenti della Polfer che arrivarono alla stazione di Orte per identificare l’imputato. L’intervento della polizia ferroviaria sarebbe avvenuto a seguito di una segnalazione che riferiva di una persona particolarmente agitata all’interno del bar della stazione. Uno dei due agenti è anche rimasto ferito nel tentativo di calmare l’imputato.
“Conosco tanti zingari vi faccio ammazzare”. Questa la minaccia che, secondo il racconto di un teste, l’imputato avrebbe rivolto agli agenti.
“Ci hanno chiamato – ha riferito il secondo agente – perché c’era una persona che dava in escandescenze. La persona, nel tentativo di bloccarla, ha cercato di colpirci con calci e pugni. Io sono stato ferito al braccio sinistro. Siamo andati al pronto soccorso di Narni”.
Durante l’udienza è emersa la presenza di un referto medico che attesta una prognosi di 7 giorni per l’agente ferito.
L’imputato avrebbe opposto resistenza perché non voleva essere identificato. Le sue azioni sarebbero state conseguenza di uno stato alterato, per via dell’alcol.
Al termine delle testimonianze il pm ha chiesto la condanna per l’uomo a un anno di reclusione. Secondo l’accusa “ci sarebbe stata la prova di un comportamento violento e minaccioso da parte dell’imputato”.
La difesa, pur “riconoscendo lo stato alterato del proprio assistito”, ha sostenuto che l’imputato “avrebbe rivolto parole ridocole agli agenti senza un vero e proprio senso”, per via del’alcol, e che quindi non si “sarebbe trattato di vere e proprie minacce”. Per la resistenza poi “non ci sarebbe stato il dolo”, ossia la volontà. L’avvocato ha quindi chiesto l’assoluzione perché “il fatto non sussiste e in subordine il minimo della pena”.
Il giudice ha però riconosciuto la piena responsabilità dell’imputato e lo ha condannato a 9 mesi di reclusione.
Maurizia Marcoaldi
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