Viterbo – In tempi in cui la politica è ridotta a un post o a un tweet, ci sembra opportuno andare a riprendere, a rivangare, a degustare, a rileggere i grandi discorsi politici che hanno cambiato il mondo.
Discorsi che hanno segnato un passo avanti per l’intera umanità verso la democrazia e la libertà di tutti.
Come dire che la politica può essere qualcosa di diverso dalle banali chiacchiere da bar di un Salvini, pericoloso per lo stato di diritto, o di un Renzi, incapace di azioni politiche nell’interesse della nazione.
Qualcosa di diverso da parole che vanno a vellicare il ventre molle di una nazione. Parole che alimentano egoismi e odio a buon mercato.
C’è stato un tempo in cui grandi leader mondiali hanno pronunciato discorsi che tengono semanticamente e politicamente per i prossimi decenni.
Altri tempi. Tempi di statisti e di leader che non avevano paura di affrontare il dissenso della piazza, più o meno mediatica, pur di fare gli interessi di tutto un popolo, se non di tutta l’umanità.
c.g.
È la società aperta, la democrazia che vige in Atene il motivo centrale dell’orazione funebre di Pericle. È la struttura stessa dello Stato ateniese che dà senso alla morte degli eroi che persero la vita combattendo.
L’orazione di Pericle è ritenuto uno dei testi fondanti della società libera e democratica occidentale. Tanto che nella Società aperta e i suoi nemici, Popper vi fa ampio riferimento. Un testo che ancora oggi fa filtrare, attraverso Tucidide, la vibrata difesa di uno stile di vita. Un testo che ancora oggi a qualcuno può mettere timore se è vero, come è vero, che il comico Paolo Rossi fu censurato dalla Rai per il solo fatto di volerne leggere dei brani. Evidentemente qualcuno non ha ancora capito che la felicità è essere liberi.
Un discorso quello di Pericle che diventerà un modello, basti ricordare ai grandi presidenti americani.
c.g.
Il monologo di Paolo Rossi a Ballarò basato sul discorso di Pericle
Qui ad Atene noi facciamo così!
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi. Per questo è detto democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così!
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così!
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana. Noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi. Liberi di vivere proprio come ci piace. E tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private. Ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così!
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai coloro che ricevano offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede solo nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così!
Un uomo che non si interessa dello Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile. E benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, tutti qui ad Atene sono in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà e la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione.
Ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo. E noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!
Orazione funebre di Pericle per i morti del primo anno di guerra del Peloponneso – 430 aC – Tucidide, La guerra del Peloponneso
Comincerò dai nostri antenati. In questa occasione è giusto e doveroso onorarli con il ricordo. Hanno abitato sempre qui e da una generazione all’altra, grazie al loro valore, ci hanno tramandato una terra libera fino ai nostri giorni.
Essi meritano il nostro elogio, ma lo meritano ancora di più i nostri padri. Oltre a quanto avevano ereditato, conquistarono quell’impero che oggi possediamo e, a prezzo di grandi fatiche, ce l’hanno tra smesso. Ma siamo stati noi, noi che oggi siamo uomini maturi, ad accrescere l’impero, a rendere la città sufficiente a se stessa, da tutti i punti di vista, in pace e in guerra. Non parlerò delle imprese che ci hanno permesso questa o quella conquista. E non parlerò nemmeno di quando noi o i nostri padri abbiamo respinto, con coraggio, l’attacco dei barbari o di altri greci. Non voglio dilungarmi su cose che conoscete. Mi concentrerò invece sullo stile di vita che ci ha permesso di giungere a questi risultati, sul regime politico e sui tratti del carattere che ci hanno condotti a questa potenza. E solo dopo passerò all’elogio dei caduti.
A mio avviso, un discorso del genere è particolarmente adatto alla circostanza ed è utile ascoltarlo per tutta la folla dei cittadini e degli stranieri qui radunati.
Il nostro regime politico non emula le leggi di altre città. Noi non copiamo nessuno, piuttosto siamo un modello per gli altri. Il suo nome è democrazia perché il governo non si basa sull’interesse di pochi, ma sulla maggioranza.
Come privati cittadini, siamo tutti uguali dinanzi alla legge. Ma nella vita pubblica, conta il prestigio personale. Cariche e onori sono assegnati in base alla stima di cui ognuno gode in un determinato campo, non per il censo, ma per il proprio valore. E chi è povero, se è in grado di operare per il bene della città, non è ostacolato dalla modestia della sua condizione.
Viviamo da uomini liberi non solo per il regime politico, ma anche nei rapporti quotidiani, dove le abitudini personali possono suscitare reciproche diffidenze. Non ci scandalizziamo se il nostro vicino si comporta come più gli piace, e non lo umiliamo con atteggiamenti che fanno comunque soffrire anche se non infliggono offese materiali. Se nella vita privata siamo tolleranti, nell’ambito pubblico è soprattutto il timore a vietarci di trasgredire le leggi. Obbediamo ai magistrati in carica e alle leggi. In primo luogo alle leggi stabilite a difesa di chi subisce un’ingiustizia, e poi alle norme, che pur non essendo scritte, comportano, per chi le viola, un disonore riconosciuto da tutti.
Inoltre abbiamo procurato al nostro spirito numerose occasioni di svago per riprenderci dalle fatiche. Abbiamo gare e feste durante tutto l’anno, disponiamo di case e di arredi eleganti che, giorno per giorno, ci danno piacere e serenità.
Grazie alla potenza della nostra città, affluiscono merci di ogni genere da ogni parte della terra. I prodotti di altri paesi ci sono familiari quanto i nostri e ne godiamo allo stesso modo. Ci distinguiamo dai nostri avversari anche per il modo di prepararsi alla guerra. La nostra è una città aperta a tutti. Non prendiamo provvedimenti per espellere gli stranieri e non impediamo a nessuno di conoscere o di vedere cose che, pur non essendo nascoste, potrebbero essere utili al nemico.
Non confidiamo nei preparativi e nelle astuzie, ma nel nostro coraggio al momento dell’azione. Ed è lo stesso per l’educazione dei giovani. Gli altri, fin da ragazzi, si sottopongono a un pesante addestramento per diventare dei valorosi guerrieri. Noi, al contrario, viviamo in modo rilassato e non di meno siamo capaci di affrontare gli stessi pericoli.
Ecco la prova. Gli spartani fanno spedizioni contro di noi, non da soli, ma con tutti i loro alleati. Noi, invece, quando invadiamo da soli il territorio dei nostri avversari, vinciamo di solito senza difficoltà, pur combattendo in terra straniera e con nemici impegnati a difenderei propri averi.
Nessun nemico si è mai scontrato con tutte le nostre forze riunite perché, mentre siamo impegnati sul mare con la flotta, contemporaneamente, sulla terra, inviamo i nostri concittadini contro molti altri obbiettivi.
Quando si scontrano con una parte delle nostre forze, i nostri nemici, in caso di vittoria, si vantano di averci sconfitti tutti. Se perdono, pretendono invece di essere stati vinti da tutte le nostre truppe. Noi siamo dunque pronti ad affrontare ogni pericolo con serenità, senza gravosi addestramenti, con un coraggio che non dipende dalle leggi, ma dal nostro carattere. E tutto ciò ci dà un duplice vantaggio non soffriamo prima del tempo per le prove che ci attendono e, quando le affrontiamo, ci mostriamo audaci come quelli che si sottopongono a una continua fatica. Per questo, e molto altro, la nostra città merita di essere ammirata.
Amiamo il bello, ma senza perseguire lo sfarzo. Amiamo il sapere, ma senza abbandonarci alla mollezza. Usiamo la ricchezza per le opportunità d’azione che ci offre, non per vantarci a parole. E da noi non è una vergogna ammettere la propria povertà. E vergognoso, piuttosto, non darsi da fare per uscirne. Una stessa persona può curare i propri interessi e nello stesso tempo occuparsi della cosa pubblica. E anche coloro che sono impegnati dal lavoro possono conoscere e valutare gli affari della città in modo non superficiale. Per noi, e siamo gli unici a pensarla così, chi si astiene dalla politica non è un cittadino tranquillo, ma un cittadino inutile.
Siamo in grado di giudicare le proposte politiche, anche se non siamo noi a formularle, e pensiamo che il dibattito non pregiudichi l’azione. Sarebbe un danno, al contrario, non esaminare e non discutere le cose prima di passare all’azione necessaria. E anche questo ci distingue dai nostri nemici: sappiamo unire la massima audacia alla valutazione più attenta delle imprese che intendiamo intraprendere.
Gli altri invece sono audaci per ignoranza e, se riflettono, diventano timorosi.
Bisogna considerare davvero coraggioso chi ha la piena consapevolezza tanto dei rischi quanto dei piaceri che ha dinanzi, e non per questo evita di affrontare i pericoli. E ci distinguiamo dalla maggioranza anche per la generosità. Ci procuriamo amici non ricevendo favori, ma offrendoli.
In un rapporto di amicizia, chi fa un favore è più garantito, perché il suo atto gli assicura, nel tempo, la dovuta gratitudine. Chi invece deve ricambiare è più riluttante, perché sa che, restituendo il beneficio, non compie un atto di generosità, ma assolve a un obbligo. E siamo i soli a soccorrere gli altri senza paura, non per calcolo dell’utile che ne possiamo ricavare, ma per la fiducia che è propria degli uomini liberi.
In sintesi, io affermo che la nostra città è, nel suo complesso, un modello continuo di educazione per la Grecia. Da noi ogni singolo cittadino può adattare il proprio corpo, in modo autonomo, al più diversi stili di vita, con la massima eleganza e versatilità. E non sono parole di circostanza, dette per vantarsi, ma la pura verità. Basta guardare alla potenza della nostra città. Una potenza che abbiamo conquistato proprio grazie a queste nostre qualità.
Oggi siamo l’unica città che, alla prova dei fatti, è superiore alla sua fama. La sola che non suscita l’indignazione del nemico, quando questi considera il valore degli uomini che gli infliggono un danno. La sola che non offre ai sudditi motivo di rimprovero per il fatto dl essere dominati da persone indegne. Abbiamo fornito molte prove della nostra potenza e le testimonianze non mancano. Saremo ammirati dai contemporanei e dai posteri senza bisogno degli elogi di un Omero o di altri le cui parole procurano piacere al momento, ma danno una rappresentazione dei fatti che sarà poi smentita dalla verità. Abbiamo costretto ogni terra e ogni mare ad aprirsi alla nostra audacia. Dovunque abbiamo lasciato segni indelebili nel bene e nel male.
Per questa città loro hanno combattuto e sono morti perché hanno nobilmente ritenuto di non doverne essere privati. Ed é giusto che chi resta sia pronto ad affrontare per essa qualsiasi sofferenza.
Pericle
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