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Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza - Interviene l'artista Alfonso Talotta

Quando la poesia della musica riesce a sconfiggere la morte…

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Alfonso Talotta

Alfonso Talotta

Viterbo – Mi fa piacere e sono onorato di far parte dei redattori della neonata rubrica pubblica di Tusciaweb “Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza”, che fa riferimento ai tanti, purtroppo, episodi di violenza sulle donne.

Voglio dare il mio contributo attraverso quella che considero, a tutti gli effetti, una forma d’arte, nobile e popolare allo stesso tempo e, per questo, molto efficace nel veicolare idee, emozioni, fatti.

Sto parlando della “canzone” intesa come colonna sonora della nostra vita, della nostra esistenza. Solamente un mondo “accademico”, snob e distratto può non essersi accorto dell’importanza dei testi delle canzoni di questi ultimi cinquant’anni e anche più.

Queste composizioni musicali, veri e propri serbatoi di intelligenza, sensibilità e partecipazione, hanno agito sulla coscienza di intere generazioni.

Voglio iniziare questo mio primo articolo con la canzone “Carmen Colon” incisa nel 1975 nel disco “Anidride solforosa” di Lucio Dalla, che di questo album ha fatto le musiche, mentre i testi sono stati scritti dal poeta Roberto Roversi.

Quest’ultimo era stato il fondatore nel 1955, insieme a Pier Paolo Pasolini e a Francesco Leonetti, della rivista letteraria “Officina”, e la sua collaborazione con Lucio Dalla sfociò nella realizzazione di tre splendidi dischi: “Il giorno aveva cinque teste”, del 1973, il già citato “Anidride solforosa” del 1975 e, infine, il capolavoro “Automobili” del 1976.

La poesia che incontra la musica, straordinario.

Veniamo ora alla canzone che ci interessa, “Carmen Colon”. Il brano racconta la storia di una ragazzina di 10 anni, Carmen Colon appunto, che fu rapita e uccisa in una città americana, nello stato di New York, nel 1971. L’assassino, mai trovato, fu un serial killer che agì tra il 1971 e il 1973 e venne chiamato “Alphabet Killer” perché le sue tre giovanissime vittime, uccise con identiche modalità, avevano il nome ed il cognome che iniziavano con la stessa lettera, come pure i posti in cui vennero ritrovati i cadaveri.

Nella canzone traspare l’interesse che Roversi aveva per i fatti di cronaca che spesso ispiravano i suoi componimenti poetici, e nel finale, in netto contrasto con la commozione che permea tutto il brano musicale, si nota invece un’indifferenza generale che lascia sgomenti. La genialità musicale di Dalla fa il resto, sottolineando in modo originale e pertinente tutti i passi della canzone.

CARMEN COLON
“Carmen Colon, con i suoi dieci anni, con i suoi piedi nudi, sull’ asfalto dell’autostrada.
Carmen Colon, i capelli sono folti e chiari, le sue mani sono di donna, la polvere è sul prato.
Carmen Colon, voce forte dell’assassino, c’è un’altra voce che la chiama, non sono gli occhi di un ragazzino.
Ah! Carmen Colon, Carmen Colon, Carmen Colon, Carmen Colon.
Carmen Colon, corre veloce nell’erba, intorno al collo ha perle di luce, lama arrotata di coltello.
Carmen Colon, le macchine passano in fretta, si baciano i giovani, bevono Cola, la guardano e non vedono.
Carmen Colon, il primo colpo è un sasso in fronte, nella carne non fa male, il sangue è freddo e leggero.
Ahi Carmen Colon, Carmen che chiama, Carmen pugnale, Carmen sull’erba.
Carmen Colon, non ha più sorella o fratello, la sua vita si è fermata, è in ginocchio e non la vede più.
Oh Carmen Colon, questa ragazzina e la morte commuovono la tivù.
Grandi titoli sopra i giornali.
Carmen Colon è la vittima ventesima, fra i bidoni viola dell’agosto, il suo corpo sotto un lenzuolo è nascosto.
Carmen Colon, nessuno per lei si è fermato, né un aiuto o una mano le hanno dato, filavano via verso il mare”.

Nella canzone scritta dal poeta Roversi e musicata e cantata da Dalla nel 1975 si parla di un fatto realmente accaduto, e la canzone riporta questo avvenimento conservando la crudezza e la ferocia dell’assassinio.

Anche “La canzone di Marinella” di Fabrizio De André, del 1964, parla di un fatto di cronaca realmente accaduto: l’uccisione di una prostituta, avvenuta intorno alla metà degli anni cinquanta in un paesino dell’Astigiano, con il corpo della donna che fu ritrovato nel fiume Tanaro.

Il giovane De André, venuto a conoscenza del fatto, rimase particolarmente colpito da questa vicenda e quando circa dieci anni dopo scrisse “La canzone di Marinella”, per un senso di umana pietà decise di cambiare la morte della sventurata descrivendo il fatto con toni favolistici, rendendo la vicenda, di per sé tragica, più leggera, quasi una fiaba, “…dicono poi che mentre ritornavi nel fiume chissà come scivolavi e lui che non ti volle creder morta bussò cent’anni ancora alla tua porta…”.

Quindi modi diversi di affrontare le cose, di parlare delle cose. Da una parte l’attenersi al fatto così com’è accaduto, dall’altra trasformare il fatto stesso con tenerezza sino ad arrivare ad addolcire la morte di una donna finita sul marciapiede, prima rapinata e dopo, con disprezzo, anche uccisa e gettata nel fiume.

Eppure anche in questa atmosfera un po’ noir, De André riesce a trovare un linguaggio evocativo e poetico che dà una nuova veste a tutto il racconto: “Questa di Marinella è la storia vera che scivolò nel fiume a primavera ma il vento che la vide così bella dal fiume la portò sopra una stella…”.

Ancora una volta la poesia è riuscita a sconfiggere la morte!

La parola è l’esorcismo del pensiero, le parole sono importanti, e specialmente oggi che viaggiano in maniera velocissima attraverso i social, andrebbero misurate bene visto che rappresentano un sistema educativo ed arrivano a tutti, specialmente ai giovanissimi che si nutrono delle nuove tecnologie.

E se molti cantanti oggi, per fortuna, si nutrono ancora della poesia di un passato non troppo lontano, come quella del cantautore “poeta-menestrello” Angelo Branduardi, altri, come il “trap” Sfera Ebbasta, creano modelli negativi di cui i giovani, e in particolare le giovani donne chiamate in causa nei versi delle sue canzoni, sembrano non rendersene conto.

“Il tuo vestito lungo, che sfiora il prato, e quella tua dolcezza che si è vestita a festa io l’ho riconosciuta, Donna mia.
Dal sogno il passo è stato breve, se ti ho seguito non ricordo, senza vederti ti ho sognato, donna mia.
Le tue mani antiche si aprono lievi e porgi i tuoi frutti, la tua terra è ricca;
non ti ho aspettato invano, donna mia.
Se ti ho seguito non ricordo, senza fatica ti ho creduto, senza dolore mi hai voluto, donna mia.
I tuoi occhi larghi cancellano i segni, mi guardi ed io non fuggo, mi ascolti ed io mi chino, non ti ho sorriso invano, donna mia.
Mai niente è andato perduto, se ho avuto freddo non ricordo, senza vederti ti ho toccato, donna mia”.
(Angelo Branduardi, “Donna mia”, 1975)

“…Hey tipa, vieni in camera con me!
Quanto sei porca, dopo una vodka…
Le more, le bionde, le rosse, le mechesate, vestite da suore o con le braccia tatuate, le alternative, le snob pettinate, spettinate, sotto le lenzuola, ubriache.
Le tipe che ho avuto, le tipe che avrò.
So che mi vuoi, non dire di no, lasciami il numero e se mi ricordo magari un giorno ti richiamerò.
Io non so cosa ti faccio, però mi cerchi, lo so che ti piaccio, sono una merda, ragiono col cazzo, oggi ti prendo, domani ti lascio.
Hey tipa! Vieni in camera con me! E portati un’amica!
Hey troia! Vieni in camera con la tua amica porca, quale? Quella dell’altra volta, faccio paura, sono di spiaggia, vi faccio una doccia, pinacolada, bevila se sei veramente grezza, sputala, poi leccala, leccala, limonatevi…
‘ste puttane da backstage sono luride, che simpaticone! Vogliono un cazzo che non ride, sono scorcia-troie…”.
(Sfera Ebbasta, da “HEY TIPA, 2016)

Alfonso Talotta


Chi vuole contribuire alla rubrica Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza può inviare un articolo al seguente indirizzo mail culturadelrispetto@tusciaweb.it, indicando i recapiti necessari per far contattare l’autore dalla redazione, che valuterà la pertinenza dei contributi stessi agli obiettivi del progetto e si riserva la facoltà di pubblicarli o meno, nonché di proporre all’autore eventuali modifiche formali per adeguarli agli standard del quotidiano.


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14 agosto, 2019

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