Viterbo – Camorra, ergastolo a Mammagialla per il boss Michele Omobono.
La corte di cassazione di Roma – dichiarando inammissibile il ricorse delle difese – ha confermato in via definitiva il “fine pena mai” per omicidio volontario aggravato in concorso per Michele Omobono, 65 anni, tra i protagonisti di una sanguinosa faida tra gruppi criminali a Castellammare di Stabia, nei primi anni Duemila.
Insieme a Massimo Scarpa, Omobono, nato il 7 maggio 1954 a Castellamare di Stabia, è ritenuto responsabile di due omicidi commessi il primo giugno e il 23 settembre 2004.
Vittime furono Giuseppe Verdoliva e Antonio Martone, uccisi nel tentativo di scalzare il clan D’Alessandro, egemone al quartiere di Scanzano, a Castellammare. Verdoliva è stato per anni l’autista del boss Michele D’Alessandro, mentre Martone era il cognato di quest’ultimo.
Camorra e vendetta. Omobono e Scarpa, secondo i giudici, volevano ripagare con la stessa moneta il clan D’Alessandro per i loro morti nella guerra di mafia degli anni Ottanta, vinta dai D’Alessandro. Scarpa, in particolare, aveva perso suo fratello.
Michele Omobono, difeso dall’avvocato Lumeno Dell’Orfano, del foro di Napoli, era già detenuto da anni nel penitenziario di Viterbo. Il suo legale non esclude sviluppi: “Ritengo ci siano margini per ulteriori azioni”. Nel frattempo è in attesa della pubblicazione della sentenza: “Aspettiamo di leggere le motivazioni”.
Confermando la condanna all’ergastolo della Corte d’Assise d’appello di Napoli del 21 marzo 2018, la Cassazione ha sancito per il 65enne il fine pena mai da scontare nel supercarcere viterbese sulla Teverina.
Fine pena mai per Massimo Scarpa, alias “o napulitano”, e Michele Omobono, detto “o marsigliese”
Il 62enne Scarpa e il 65enne Omobono sono considerati i capi del gruppo scissionista che innescò una guerra senza esclusione di colpi. I due sono detenuti da anni e nel 2004 dichiararono guerra alla cosca del quartiere Scanzano, ammazzando due pezzi da novanta del clan, innescando la faida e la scissione dai D’Alessandro.
Martone fu raggiunto nell’area portuale stabiese da due sicari che lo crivellarono di colpi. Per lui non ci fu nulla da fare. La crudeltà del commando armato fu tale che morì sul colpo. A distanza di qualche settimana anche Verdoliva fu vittima della sanguinosa faida di camorra. L’uomo fu ucciso poco prima del suo ingresso a Fincantieri, indotto nel quale lavorava da alcuni anni.
Gli scissionisti programmarono le loro vittime per colpire la famiglia di Michele D’Alessandro: Verdoliva era infatti un suo strettissimo collaboratore mentre Martone era il fratello di lady camorra Teresa Martone.
Nessuno sconto dalla cassazione
Di fatto la sentenza ha chiuso, salvo sviluppi clamorosi, uno dei periodi più bui della storia criminale stabiese, con una serie di omicidi eccellenti e un nascente clan che cercò di scippare fette di malaffare ai D’Alessandro.Lo scorso 12 luglio i giudici capitolini hanno confermato l’ergastolo per i due leader della camorra di Castellammare riconosciuti in primo grado il 22 maggio 2007 come mandanti degli omicidi di Verdoliva e Martone portati a termine nel 2004.
Tra le pene accessorie, per Omobono è stato disposto l’isolamento diurno per un anno a partire dall’inizio di espiazione della condanna all’ergastolo.
Secondo quanto ricostruito dall’accusa grazie alle testimonianze di diversi collaboratori di giustizia, ritenute insussistenti sul fronte delle prove dalle difese, gli omicidi furono ordinati nell’ambito della terribile faida interna di D’Alessandro di Scanzano che vide protagonista proprio il duo Scarpa-Omobono.
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