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Caffeina lascia Viterbo - Una riflessione sulle strategie da adottare per stare al passo con i tempi

Necessarie spregiudicatezza, innovatività, fantasia per progettare veri attrattori culturali…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Non entrerò nel merito della politica. “Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. Tuttavia mi sento di offrire alcune riflessioni sul problema della cultura a Viterbo, sperando di far valere qualche pregressa esperienza a riguardo.

Allora, andiamo al dunque. E’ comprensibile, e condivisibile, che Carlo Galeotti lamenti la perdita progressiva di appuntamenti culturali a Viterbo negli ultimi anni.

Eppure, come minimo Viterbo è la seconda città del Lazio per arte e cultura…

Tuttavia, al di là della eventuale incuria di qualche amministratore, non bisogna dimenticare che – come cantava Bob Dylan – the times are changing… E con questi cambiamenti nei gusti del pubblico, nelle procedure burocratico-amministrative, nelle stesse dinamiche dei vari comparti culturali, occorre misurarsi, senza neppure la possibilità di dormire sugli allori.

Le questioni sarebbero molte; ne affrontiamo qualcuna a caso, a titolo puramente esemplificativo.

Dobbiamo ricordare ad esempio che Viterbo non è in grado di proporre una propria stagione di spettacoli – teatrali, operistici, e quant’altro – se non in dipendenza diretta o indiretta dalla Regione Lazio.

Con il risultato di vedere la stessa commedia recitata all’Unione, a Civitavecchia o a Sora: per carità, è una commodity per il pubblico locale, ma certo non è un modo di richiamare l’attenzione di turisti e forestieri… Meglio forse sarebbe risparmiare in quantità, dedicandosi ad una più ristretta qualità?

Il Teatro Unione e il Teatro di Ferento sono location di prestigio, certo meriterebbero qualcosa di particolare, soprattutto meriterebbero uno Stabile. Più advanced non a caso sembrano gli spettacoli del Teatro Caffeina o i Quartieri dell’Arte, a tema, sperimentali, forse di nicchia, ma di sicuro con una certa identità propria.

Lo stesso Caffeina Festival estivo, ad impronta prevalentemente letteraria, che è stato ed è un fiore all’occhiello della cultura viterbese in questi ultimi anni, non è un unicum nel panorama culturale italiano; anzi, diventando una sorta di kermesse in cui si accavallano temi ed esibizioni “di ogni”, ha forse perso qualche frustulo di specificità, rispetto a manifestazioni similari che si tengono dalle Alpi all’Etna. Se non ti specializzi diventi uno dei tanti.

Ci sarebbe la possibilità di insistere sul patrimonio archeologico, ospitando mostre ed eventi sull’etruscologia, ma se Roma si appropria di tutte le occasioni a riguardo, diventa complicato offrire una iniziativa in grado di richiamare visitatori provenienti da tutta la penisola.

In Toscana, le cose vanno diversamente; Firenze difficilmente si appropria – e se lo fa condivide, si veda quanto accadde nell’Anno degli Etruschi – delle etruscherie della Maremma. E poi, ve lo immaginate un evento nazionale sui Farnese? Più probabile che si tenga a Roma o a Piacenza, piuttosto che a casa nostra.

Medioera era una buona idea. Ma non ha mai “svoltato”; un po’ autoreferenziale, talvolta superficiale nell’esporsi al pubblico, nonostante trattasse di comunicazione digitale, come dire, di comunicazione del XXI secolo, che è tema complesso sì, ma fascinoso e in grado di attirare, se ben congegnato, un pubblico vastissimo e di ogni età.

Meglio le ricostruzioni del corredo di Tutankhamon, la preistoria e i mammuth a Palazzo dei Papi; didattiche certo, più che svolte culturali, ma almeno attirano gente su argomenti qualitativamente diversi da una distribuzione di porchetta.

In ogni caso, occorre fissare alcuni paletti, liberandosi di ogni sorta di demagogia e di certe vecchie e stantie forme di politicamente corretto. La cultura oggi non è né aristocratica, come poteva accadere quarant’anni fa quando si andava a teatro in abito da sera, né nazionalpopolare, se con questo termine si intendono certe manifestazioni casarecce tipo la sagra dell’ultim’ora.

La gente oggi viaggia – anche virtualmente – e si rende conto di cosa accade altrove; ha fame di novità, di originalità, di “elevarsi” culturalmente per sentirsi come a Innsbuck, a Strasburgo o a Coimbra.

Signori, altrove si corre, si inventa, si decide, talvolta persino all’unanimità. Se qui stiamo a fare distinguo, a vivere di piccolo cabotaggio, a rintuzzarsi a vicenda, a sentirsi ognuno il depositario della verità, se non si fa rete, anche nelle idee, al più si camminerà. E questo è proprio ciò che si intende per provincialismo.

Intanto gli altri li vedremo avanti, molto avanti a noi, a nord, a sud, in Europa; e sempre più lontani.
Se non si vuole questo, diventano necessarie spregiudicatezza, innovatività, fantasia, per progettare e sperimentare veri e propri attrattori culturali. Beninteso: un attrattore culturale non è mai una mera esibizione, ma è una proposta per crescere insieme, per dialogare in Italia e in Europa.

Ci vuole anche coraggio politico: occorre rischiare sui temi, ed è necessario abbandonare la politica dei finanziamenti a pioggia per garantirsi un facile ritorno elettorale.

E valga anche un inciso: la cultura non è solo spettacolo, attrazione o formazione. La cultura è anche abbellire la propria città; rispettarla; valorizzare i suoi angoli più pittoreschi; saper accogliere il turista e invogliarlo a restare; entusiasmarlo sui propri miti; provocarlo con la proposta di uno sguardo sul futuro. Compiti che non attengono solo agli amministratori, ma anche agli imprenditori, agli operatori socialii, ai singoli cittadini.

Qualcuno dirà: e con quali mezzi? Beh, non ci sono solo le istituzioni. C’è un mondo privato pronto ad investire, se gli garantisci il giusto ritorno, se non ti opponi perché pensi che ci guadagni troppo, se non cedi all’idea – antidiluviana – che la cultura non si debba sposare con il business.

Ma soprattutto, occorre ricordare che se un progetto culturale è sempre orientato a valori e a significati, tuttavia non può essere schiavo dell’ideologia. Altrimenti, puzzerebbe di regime.

Francesco Mattioli
Già assessore provinciale alla cultura; già professore ordinario di Sociologia dei processi culturali alla Sapienza

P.S.: se qualcuno pensa, scuotendo la testa con un sorrisetto di condiscendenza, che si stia parlando di sogni, è già morto. Solo i morti non sognano, non anelano a guardare oltre l’orizzonte. Solo i morti non progettano.

 


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1 gennaio, 2020

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