Viterbo – (sil.co.) – L’arrivo a Mammagialla di due donne con la droga preannunciato da una telefonata anonima: “Una passerà al marito del suboxone con un bacio in bocca, l’altra avrà l’hashish nascosto tra i capelli”.
La telefonata è giunta al centralino di Mammagialla verso le dieci di sera del 25 maggio 2017 e avvertiva di fare attenzione a due donne che due giorni dopo, il 27 maggio, sarebbero venute a portare droga ai compagni detenuti nel carcere di Viterbo.
“La soffiata è stata fatta da una voce maschile dall’accento straniero e andava presa sul serio, per cui abbiamo chiesto l’intervento di una unità cinofila”, ha spiegato ieri al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone un assistente capo coordinatore della polizia penitenziaria della casa circondariale sulla Teverina.
Il poliziotto è stato citato come testimone dal pubblico ministero Paola Conti al processo a una donna viterbese, difesa dall’avvocato Luigi Mancini, accusata di avere tentato di introdurre in carcere due pasticche della pericolosa droga sintetica nota come suboxone, usata dai tossici al posto della coca o dell’eroina.
Nei guai è finita dopo essere stata segnalata dal cane antidroga che, passandole davanti, si è fermato e si è messo seduto. Abbastanza per confermare i sospetti lanciati due sere prima al telefono dalla misteriosa “spia” e far scattare la perquisizione.
“La donna, vedendo il cane fermarsi davanti a lei, deglutì vistosamente qualcosa davanti all’agente che lo stava conducendo, dicendo che aveva ingoiato due pasticche di suboxone e che ne aveva altre a casa. A casa ne trovammo infatti altre due in un cassetto del comò, e anche una busta di zucchero a velo contenente 0,18 grammi di eroina. Non ebbe alcun malore, ma comunque fu portata a Belcolle per un esame radiografico, dal quale però non emerse nulla, probabilmente perché le pasticche erano avvolte nel cellophane e il cellophane ai raggi non si vede”, ha spiegato l’agente.
Su richiesta del difensore Mancini, però, il poliziotto ha spiegato che i cani antidroga “sono in grado di segnalare solo stupefacenti non di natura sintetica”.
“Il cane deve avere sentito altro – ha quindi aggiunto il teste, dopo avere escluso che l’unità cinofila possa avere fiutato il suboxone – sentono eroina e hashish anche dopo venti giorni, nei luoghi e sulle persone, ma anche sugli indumenti o su oggetti come ad esempio un portaocchiali”.
“Ebbene – ha detto allora il difensore, esibendo la prescrizione della Asl – quel giorno la mia assistita era stata al Serd di Viterbo per assumere la terapia di metadone. Il cane ha fiutato odore di stupefacente perché era appena passata da lì”.
“Stavo masticando una gomma”, ha detto l’imputata, rilasciando spontanee dichiarazioni.
Alla fine la stessa pm Conti ha chiesto l’assoluzione, pur diffidando della versione. “Spero che le sia almeno servito di lezione”. ha detto rivolgendosi all’imputata. Il collegio l’ha assolta con formula piena: “Perché il fatto non sussiste”.
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