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Fase 2 Coronavirus, il racconto della città che ricomincia da capo - Luciano Di Marco (Di Marco sport): "Andiamo avanti per i nostri figli" - FOTO E VIDEO
Viterbo – “La cosa più preoccupante sono le grandi aziende – dice Luciano Di Marco di Di Marco sport in via Roma a Viterbo -. Queste prelevano il dovuto tramite rid, cioè la possibilità di prendere soldi direttamente dal conto corrente al momento della scadenza. Ecco, durante la Fase 1 dell’emergenza Coronavirus, sono entrate sul conto e hanno prelevato. Senza scrupoli”.
La città dei papi ricomincia da capo e ricomincia da qui. Da piccole aziende che in quasi 70 giorni di chiusura hanno pagato caro e hanno pagato tutto.
Viterbo – Luciano Di Marco
18 maggio, la Fase 2 entra nel vivo. Tutti i negozi possono di nuovo aprire e la gente è per strada. Con guanti e mascherine e un nuovo decreto da rispettare. Le corde si sono allentate. I bar servono di nuovo il caffè e i ristoranti possono servire pizze e primi.
L’entusiasmo non manca, ma i problemi sono tanti. Pure la sfiga.
“Non solo il dovuto c’è stato prelevato senza tener conto della situazione – prosegue Luciano Di Marco -, ma la merce è arrivata quando tutto era chiuso per il Covid. Si vede che qualcuno l’ha saputo. Abbiamo due negozi, uno qui in via Roma e un altro in via San Bonaventura. La merce in questione stava in via San Bonaventura. Una notte, durante l’emergenza, hanno provato a rubarcela. Per sfondarci il vetro ci hanno procurato un danno da 3 mila euro. Solo di vetro”.
Luciano di Marco sta in via Roma dal 1976. In 44 anni di attività s’è preso solo 4 vacanze. “Una ogni 10 anni”. La quarantena l’ha passata a Ponte di Cetti dove ha casa. Con le figlie e la moglie. In più di 40 anni di attività ha servito quasi tutte le società sportive dilettantistiche della Tuscia. La firma della sua famiglia era ed è un’attestazione di qualità.
“I 69 giorni che abbiamo perso sono pesantissimi – spiega Di Marco – ma dobbiamo guardare al futuro sperando che i clienti ci diano una mano”.
E i primi clienti, quelli di ieri mattina, sono state le madri con i figli. “Bambini – fa notare Luciano Di Marco – ai quali in due mesi è cresciuto il piede e dovevano cambiare scarpa. Ad esempio, dal 32 al 34”. Così come avranno anche dovuto intervenire sul guardaroba. Perché un bambino continua a crescere. E forse, in questi ultimi 70 giorni, in pochi, probabilmente solo i genitori, ne hanno tenuto conto.
“Speranze per il futuro? – Si domanda Di Marco -. Noi negozianti pensiamo che ci si possa sempre guarire dalle disgrazie. Dobbiamo essere ottimisti. Se non altro per i figli”.
Viterbo – Di Marco sport
Poco più avanti, a piazza del Plebiscito, c’è il Bar centrale dei fratelli Ivan e Cristiano Guerrini. E Paola Bernini, la madre. Un bar storico, un punto di riferimento. Una volta qui, all’inizio del novecento, c’era la stazione dei vigili del fuoco. Paola arriva la mattina. I figli il pomeriggio, fino a notte. Paola la mattina sta sulla porta. La sigaretta in mano. Una di quelle fine che, a Viterbo, le donne fumano quando giocano a burraco. “Ciao nì – ti dice quando ti vede – come stai?”. E la giornata improvvisamente cambia. In meglio.
Viterbo – Ivan Guerrini
“Per fortuna abbiamo potuto ricominciare a lavorare con una parvenza di normalità – spiega Ivan Guerrini -. Naturalmente la gente è restia, per quanta voglia ci sia di entrare nei locali pubblici. Quindi il lavoro in questo periodo sarà molto blando. E speriamo solo di riuscire a coprire le spese. Da parte nostra diamo il massimo, nel rispetto delle norme”.
Ivan Guerrini dà veramente il massimo. E con lui il fratello Cristiano. Con loro, poi, tutti quanti i dipendenti. Nel pieno rispetto dei contratti. Una famiglia, estesa a tutti i lavoratori.
Viterbo – Il Bar centrale
“L’organizzazione interna del locale – prosegue Ivan Guerrini – prevede numeri limitati di tavoli e sedie. Tutti i tavoli sono da due persone. Cerchiamo di sfruttare anche l’esterno, utilizzando il suolo pubblico come annunciato dal comune. L’importante è tornare a vedere la città viva dopo la morte apparente che c’è stata. In due mesi che siamo stati chiusi, diversi costi dovevano essere onorati, e l’abbiamo fatto. E svariate migliaia di euro sono usciti”.
Il Bar centrale, prima dell’emergenza Covid aveva 64 tavoli. Da 4 persone. Adesso sono diventati 30. Da 2 persone. E i guadagni si sono dimezzati.
Viterbo – Il Bar centrale
“Non vedevamo l’ora di ripartire”, dice Valentina Uselli del ristorante-pizzeria Il Labirinto in via San Lorenzo. La sua è la seconda generazione. Il Labirinto è infatti una piazzeria-ristorante tra le più importanti e “antiche” di Viterbo. Due generazioni di proprietari, la stessa famiglia. Due generazioni di clienti. Molti viterbesi, e non solo, là dentro ci sono cresciuti.
Viterbo – Valentina Uselli
“Abbiamo chiuso fino al 9 aprile – dichiara Uselli -. Poi abbiamo iniziato con la consegna a domicilio e l’asporto. Questo ci ha permesso di coprire i costi, ma il mancato guadagno c’è stato. E per recuperarlo ci vorranno dai 6 agli 8 mesi di lavoro che si spera proficuo”.
Una famiglia di sardi, da Nuoro. Terra difficile e dura. Da 40 e passa anni a Viterbo. Sacrifici, impegno e determinazione. La dignità del lavoro. Famiglie accoglienti, e con un codice ben preciso.
Viterbo – Ristorante-pizzeria Il Labirinto
L’affaccio su piazza del Gesù, con i tavolini all’aperto, la possibile salvezza in vista dell’estate.
“Siamo rientrati al lavoro con circa la metà del personale – commenta Valentina Uselli -. Poi abbiamo tolto almeno il 50% dei tavoli per garantire il distanziamento. A ogni ingresso c’è il gel igienizzante per i clienti. La mattina a tutti i dipendenti viene misurata la temperatura corporea. I clienti vengono inoltre registrati su un registro delle prenotazioni lasciando traccia per 30 giorni. Facciamo anche la santificazione tutte le mattine e quella dei tavoli ogni volta che le persone si alzano”.
Un tempo il Labirinto aveva 180 posti a sedere. Ora solo la metà. All’esterno, fino alla scorsa estate, un centinaio. Tra un mese, soltanto una cinquantina.
Viterbo – Ristorante-pizzeria Il Labirinto
“Si lavoricchia”, sottolinea infine Max Casadei, art director dei Komplici hair stylist in via Saffi. Casadei è romano, di Monte Mario, quartiere a nord della capitale. Ha moglie, una bambina piccola e fa il parrucchiere. Simpatico, intelligente, de core. Un piacere, come per gli altri, stare lì na parlarci.
Viterbo – Max Casadei
Racconta delle spese. quelle che vanno sostenute. “Con l’emergenza – dice- devo utilizzare 4 asciugamani di carta, ogni volta. Un rotolo costa più di 10 euro. L’accappatoio monouso è diventato obbligatorio”.
Viterbo – I Komplici hair stylist
“Un euro a botta – aggiunge Casadei – Poi la signora delle pulizie. Insomma, tra riffe e raffe, ho una spesa di 400 euro in più ogni mese. A fronte di perdite di fatturato che non si possono ancora calcolare. Ma da 4 poltrone che avevo, adesso ne ho solo due. A conti fatti abbiamo perso un 50% di guadagni. A fronte di spese che, ogni 30 giorni, oscillano tra i mille e i 1200 euro al mese”.