Viterbo – “Le istituzioni dovrebbero aiutarci di più ad amare la nostra città”. Per questo è necessario “un tavolo politico, ma apartitico, con tutte le forze presenti sul territorio per risolvere i problemi”. La città di cui si parla è Viterbo, e lui è il vescovo Lino Fumagalli. E sulla questione dei migranti è chiaro, come lo è sempre stato. “La dignità della persona è fondamentale – ha sottolineato infatti il vescovo Fumagalli -. E quando viene messa in discussione, alzo la voce. Non entro mai in questioni politiche e non ci voglio entrare. Ma sulla dignità della persona, sì. Perché credere nel Signore Gesù significa difendere la dignità delle persone”.
Celleno – Il vescovo di Viterbo Lino Fumagalli
Vescovo Fumagalli, da diverso tempo la diocesi di Viterbo è parte attiva nel cercare e proporre soluzioni alle questioni sociali più importanti e stringenti di questi ultimi anni. Tra le altre cose, ultimamente è stato inaugurato un terreno a Celleno gestito direttamente dagli immigrati che punta al loro reinserimento lavorativo…
“E’ un sogno che ho desiderato che si realizzasse da molto tempo. Fin dall’inizio dell’accoglienza degli immigrati a Viterbo. Per venire incontro alle persone che senza un serio apprendistato al lavoro rischiavano di finire in mezzo alla strada. Ma questo è soltanto il primo sogno, un sogno che si sta realizzando”.
Se c’è un primo sogno, ci deve essere pure un secondo. Qual è?
“C’è anche un secondo sogno, un sogno più ampio. Accanto a questi due ettari ce ne sono molti di più. Se si riuscisse in una sinergia tra istituzioni e chiesa locale a creare una cooperativa sarebbe perfetto. Spero di riuscirci. E’ un sogno che lascio alla comunità”.
Una cooperativa di soli immigrati?
“Non solo. Il mio sogno è una cooperativa che, assieme agli immigrati, possa estendersi a coloro che hanno concluso il periodo di reinserimento al Ceis. Ogni anno ce ne sono una ventina. Con il rischio che, se non sono inseriti nel mondo del lavoro e bypassano l’ambiente tradizionale, rischiano di ritornare alla tossicodipendenza. L’altro problema che a Viterbo si fa sentire è quello degli ex carcerati. Nel carcere di Mammagialla il 60% sono immigrati e il 40% italiani, la maggior parte del meridione. Si tratta di persone che, terminato il periodo di detenzione, fanno fatica a tornare nel loro paese di origine. A meno che non siano fagocitati dalla delinquenza organizzata. Quindi hanno bisogno di essere inseriti in un contesto lavorativo per non delinquere nuovamente”.
Il percorso iniziato con Celleno è affidato solo alla buona volontà degli organizzatori o prevede altro?
“E’ un percorso che va avanti con il migliore degli auspici. Non è affidato solo alla buona volontà degli organizzatori, ma ha dei supporti scientifici e tecnici che continueranno anche in futuro. Questo grazie all’università degli studi della Tuscia. C’è l’impegno a proseguire questa attività, ma senza un sostegno da parte delle istituzioni farà fatica a continuare. E se questo sostegno non arriverà, avremo infranto un sogno per tante persone”.
Un percorso di cui andare fieri…
“Sì, è un percorso di cui sono veramente contento. E devo ringraziare tutti i soci della cooperativa la Cascina e gli amici che hanno sostenuto questo lavoro. Hanno sofferto con questi ragazzi. Perché quando finiva il periodo di ospitalità questi giovani immigrati sarebbero finiti in mezzo alla strada. La dignità della persona è fondamentale. E quando viene messa in discussione, alzo la voce. Non entro mai in questioni politiche e non ci voglio entrare. Ma sulla dignità della persona, sì. Perché credere nel Signore Gesù significa difendere la dignità delle persone”.
Tuttavia due ettari di terreno non risolvono il problema della condizione in cui vivono migranti, ex tossicodipendenti ed ex carcerati…
“Il problema non è risolto, perché con le risorse che abbiamo potremmo dare accoglienza solo a un piccolo gruppo di persone. Se dovessimo dare uno stipendio a tutti coloro che lavorano possiamo aiutare e sostenere solo pochissime persone”.
Cosa bisognerebbe fare?
“Credo che le istituzioni dovrebbero essere sensibilizzate a questi problemi. Per i carcerati e gli ex tossicodipendenti investire nel reinserimento nel mondo del lavoro significherebbe anche risparmiare sul lungo periodo. Perché se delinquono di nuovo la cosa costerebbe di più. Investire in queste iniziative significa risparmiare domani e arricchire la comunità di persone positive e produttive”.
Un sogno…
“Sì, ma lasciatemi sognare. Però se trovo persone che collaborano, il sogno può diventare realtà”.
Celleno – Il vescovo di Viterbo Lino Fumagalli
Non teme che alcune forze politiche e parte dell’opinione pubblica possano schierarsi contro questo sogno?
“Nel periodo di aprile, maggio e giugno, nella zona di Celleno e Cellere hanno raccolto solo il 50% degli asparagi perché mancava la manodopera. Il reddito di cittadinanza, che dovrebbe essere propedeutico all’inserimento nel mondo del lavoro, fa inoltre sì che la maggior parte dei lavori stagionali non possa essere coperto da chi ne è titolare perché perderebbero il reddito senza la certezza del lavoro stabile. Credo che con un po’ di inventiva ci sia posto per tutti. Tra poco ci sarà la raccolta dell’uva e delle olive. Abbiamo risorse sufficienti per farlo?”
Viterbo
Quale è il dovere di un cattolico in merito alla problematica dell’immigrazione?
“Innanzitutto il dovere di pensarci. Se mettiamo la testa nella sabbia significa solo non affrontare la realtà. Il cattolico è impegnato nel sociale e deve sentirsi protagonista del sociale, portando l’antropologia di Cristo e del Vangelo. Altro dovere è far sentire queste cose alle comunità e alle istituzioni”.
E il dovere delle istituzioni qual è?
“Io non contesto nessuno, vorrei solo che le istituzioni fossero sensibili a questi problemi. Quando un immigrato viene messo alla porta, chi ci deve pensare? Ad esempio, noi abbiamo la situazione di un apolide dimesso dal carcere e senza documenti. Nessuno se ne prende carico. E sono mesi, mesi e mesi che la Caritas lo sostiene e i Cappuccini lo hanno ospitato. Saranno 5, 6 mesi. E’ apolide, non ha documenti, nessuno sa dove mandarlo, ma c’è. E’ una persona. Esiste. E di queste persone ce ne sono tante. Basta fare un giro al Sacrario per incontrare tanti senza fissa dimora. Sono dieci anni che sono vescovo di Viterbo e mi sono reso conto che c’è un vero e proprio degrado fisico e psicologico di queste persone. Fra qualche anno queste persone saranno a carico dei nostri ospedali e dei nostri centri di cura. Dobbiamo fare di tutto per inserirli in una normalità di vita”.
Viterbo – Il vescovo Lino Fumagalli
Un degrado fisico e psicologico che si inserisce nel degrado generale della città…
“Il degrado della città è un problema che lasciamo ai politici. E’ anche vero, e può essere odioso affermarlo, che parte del degrado è dovuto alla nostra incuria di viterbesi. Se uno si pulisse due metri di erbacce davanti casa Viterbo sarebbe migliore. Girando per strada, troviamo delle piante di fichi accanto a dei negozi che tra qualche mese produrranno i frutti. Amare la città significa renderla bella e presentabile”.
Tuttavia le istituzioni hanno un ruolo e questo ruolo gli imporrebbe il dovere di intervenire…
“Certo, anche le istituzioni dovrebbero aiutarci ad amare di più la nostra città e a sentirci parte attiva. Dovrebbero aiutarci a sentire la città, perché non sempre si riesce a percepire la sua voce”.
Viterbo – Il colle del duomo sede della curia vescovile
Siamo appena usciti dal lockdown. L’emergenza Covid è ancora in corso e molti temono le conseguenze economiche e sociali della stessa. Cosa ha fatto la diocesi di Viterbo a sostegno delle fasce di popolazione più emarginate e che più di tutte hanno iniziato a subire i contraccolpi economici e sociali del Coronavirus?
“Abbiamo preso parte del monastero di Santa Rosa per ospitare i senza fissa dimora, con delle stanze dignitosissime, ampliando anche il numero delle persone. La mensa Caritas si è raddoppiata tanto quanto gli ospiti, e tanti sono italiani. Persone impensabili. Anche in diocesi diamo dei buoni di 15 euro per la spesa e 15 euro per la carne. E si tratta di famiglie che dicono ‘non abbiamo niente da mangiare’. Aiutiamo anche con le bollette della luce e dell’acqua. Le paghiamo e poi diamo la ricevuta del pagamento alle persone interessate. Fino a qualche mese fa c’erano dei sussidi abbondanti da parte del comune e della regione. Adesso sono finiti. Con l’iniziativa ‘Terre degli uomini’ abbiamo trovato lavoro a più di 40 persone”.
E’ giusto tagliare luce, acqua e gas a chi non ha niente per vivere?
“Bisognerebbe trovare istituzioni che dicano: ‘io ti do quanto devi corrispondere per…’. Prima di tagliare luce, acqua e gas a chi non ha niente e ha dei bambini in casa bisognerebbe pensarci. In una collettività attenta e sensibile, le istituzioni dovrebbero intervenire, verificando le situazioni”.
Viterbo – Il colle del duomo
Secondo lei, come andrebbero affrontate le conseguenze economiche dell’emergenza Covid?
“Credo che ci sia la necessità di un tavolo politico ma apartitico, con tutte le forze presenti sul territorio. Un tavolo che legga innanzitutto la realtà con estrema verità, senza dare la colpa a nessuno, chiedendosi invece cosa si possa fare. Piccoli passi per uscire fuori da questa emergenza. Senza questa coesione e sinergia tra istituzioni e realtà che operano sul territorio rischiamo di non uscirne fuori. E continueremo solo ad attribuire le colpe agli altri. E’ pertanto necessario un incontro tra tutte le istituzioni religiose, civili e del volontariato per porci in ascolto della città e dei suoi problemi. Serenamente. In un discorso che vada al di là delle logiche di partito e che sia vera politica, politica alta. Un discorso sulla città, per il bene della città, che deve coinvolgere tutti nella soluzione”.
Una volta analizzata la situazione esistente, come dovrebbe agire il tavolo che propone?
“Non si potranno risolvere tutti i problemi ma si può fare benissimo una programmazione che a tappe cerchi di dare una prima risposta. Perché una delle impressioni che i cittadini hanno è che alle istituzioni interessi poco dei loro problemi. Questa è una percezione. Dovrebbe esserci invece la consapevolezza che le istituzioni siano vicine ai cittadini. Cittadini che vanno coinvolti nella lettura della situazione e nella soluzione dei problemi”.
Viterbo – Il vescovo Lino Fumagalli e e il sindaco Giovanni Arena
E’ preoccupato per quanto potrebbe accadere in autunno, a cassa integrazioni finite, licenziamenti ripresi e attività economiche, soprattutto quelle più piccole, che potrebbero continuare a chiudere oppure non riaprire più?
“Il Coronavirus ha accentuato i problemi esistenti e nell’immediato futuro i problemi aumenteranno. Vedremo in autunno. Per il momento, chi gira per Viterbo vede che tanti esercizi non hanno riaperto. Alcuni che lo hanno fatto non lavorano, pur avendo preso i 25 mila euro di prestito. E pure quello è un debito. E se dovessero chiudere avrebbero anche questo debito da pagare. Poi abbiamo un fenomeno su cui non possiamo chiudere gli occhi. In Italia c’è un lavoro nero. Ad esempio nella ristorazione, soprattutto nel fine settimana. Lavoro nero che bene o male assicurava la sopravvivenza a famiglie intere. Anche se in maniera illegale. Adesso, con le conseguenze economiche del Covid, non c’è più nemmeno questo tipo di lavoro. Tuttavia queste persone che lavoravano in nero e si sono trovate senza lavoro, non hanno nemmeno diritto alla cassa integrazione. Ed è un altro problema. Un problema, come ho detto, di fronte al quale non possiamo chiudere gli occhi”.
Il territorio della Tuscia, come gran parte del territorio italiano, è a vocazione agricola. Un dato che potrebbe dare lavoro a tante persone…
“Se riuscissimo a valorizzare la vocazione agricola del nostro territorio daremmo lavoro a tantissime persone. Ad esempio, gli orti solidali fanno sì che tante famiglie abbiano il minimo indispensabile. Sono piccole cose, ma significa stare vicini alla gente. E di queste iniziative, come quella di Celleno, se ne potrebbero fare a decine, perché di terreni liberi ce ne sono tantissimi. E ci sarebbe anche un’apertura di mercato. Perché poi sono prodotti che si vendono. Ma sono iniziative che all’inizio vanno sostenute”.
Daniele Camilli
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