Ripartiamo da San Pellegrino - La legge stabilisce che il degrado cittadino è responsabilità del sindaco Arena - I cittadini con i loro gesti posso contribuire a rendere più vivibile il comune
di Alfonso Antoniozzi
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 Alfonso Antoniozzi |
 Viterbo – Fili scoperti a via San Pellegrino |
 Piazza San Pellegrino nel degrado più completo |
 Piazza San Pellegrino nel degrado più completo |
Viterbo – “È il tempo che hai speso per la tua rosa che l’ha resa così importante. Gli uomini hanno dimenticato questa verità – disse la volpe -. Ma tu non la devi scordare (…) Tu sei responsabile della tua rosa”.
Mi perdonerà, il direttore, se apro questo pezzo con una citazione da ‘Il Piccolo Principe’ per usarla come metafora per la nostra città, ma è bene ribadire che è il tempo che abbiamo speso per la nostra città a renderla così importante. Il tempo speso da tutti i “giardinieri” che ci hanno preceduto, da chi si è immaginato quelle architetture, quelle vie, l’uso di quelle pietre, insomma da chi decise di prendersi cura della propria rosa. Grazie alle cure amorevoli di quei giardinieri sorse il meraviglioso centro medievale, così sorsero le ville suburbane, così sorsero le piazze, le fontane, i profferli, i palazzi, i parchi.
Da tempo, di tempo da spendere per la nostra città non ne abbiamo più. O meglio, in larga parte dei casi lo si spende in una battaglia teorica, da tastiera, combattuta tra chi si lamenta delle magagne della nostra città o segnala episodi di degrado e chi la difende a spada tratta tacciando l’altro di non essere abbastanza viterbese, entrambi spinti da un malinteso senso di “civismo” che non affonda le sue radici nell’alto senso dei doveri del cittadino e del concittadino ma in una vuota e retorica faccenda di campanile.
La stessa idea di “Comune”, invenzione dell’Italia dell’undicesimo secolo, col tempo si è stemperata. Non più un organismo politico compartecipato che si contrappone ai signori feudali nel governo della Città ma organismo a sé stante, quasi una versione 2.0 del signore feudale il cui strapotere si intendeva sostituire. Quasi come se il “comune” non fosse quello che è (un’assemblea di concittadini scelti da altri concittadini per amministrare la città) ma una monade dispensatrice di bene o di male, sul cui operato i cittadini possono incidere pochissimo.
E invece, se il sindaco pare vivere ad Amsterdam insieme agli altri sindaci che l’hanno preceduto, e se quando viene tirato per la giacchetta dice che i cavi volanti del centro storico “non sono competenza del comune” (non è vero, e ci tornerò sopra più tardi) certamente i cittadini vivono a Viterbo. Come è possibile che abbiano, nel tempo, tollerato tutto questo?
Mi vengono in mente almeno due possibili risposte. La prima deriva dal ragionamento di cui sopra (“e che ci devo pensà io, ci deve pensare il comune!”), ovvero non ci sentiamo più responsabili della nostra rosa, del resto eleggiamo e paghiamo dei giardinieri che se ne occupino, perché lo dovremmo fare noi?
La seconda: l’abitudine alla bruttezza, il degrado che chiama altro degrado. Se dopo il primo filo che deturpa una facciata i cittadini non insorgono o il comune non interviene, ne arriva un altro, e poi un altro, e poi un altro, e la bruttezza cessa di essere tale e diventa normalità, e dalla facciata deturpata si passa all’abuso edilizio, al parcheggio selvaggio, alla brutta palazzina, all’orrendo centro commerciale.
Al sindaco Arena (e ai sindaci che l’hanno preceduto) varrà la pena ricordare che sì, il degrado cittadino è responsabilità sua. L’articolo 50, comma 5, del D.Lgs. n. 267/2000, ossia la Bibbia dell’amministratore, racconta che il sindaco, quale rappresentante della comunità locale, può adottare ordinanze contingibili e urgenti in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell’ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana. La legge gli dà dunque ampia possibilità di intervenire per fermare eventuali futuri episodi di degrado e, volendo, anche per imporre interventi immediati.
Se volesse invece sanare l’esistente, sarà dunque il caso che il sindaco e la sua amministrazione mettano pesantemente mano al nostro regolamento sull’ornato, che se la mia memoria non mi tradisce è molto stringente in caso di ristrutturazioni ma non interviene su situazioni pregresse. E, visti i farraginosi tempi della bizantina burocrazia italiana, potrebbe iniziare a dare il buon esempio sanando la scandalosa situazione dei cavi che deturpano il cortile interno del palazzo comunale che è squisita pertinenza dell’amministrazione, dunque può metterci mano quando vuole, se lo volesse.
Noi cittadini invece dobbiamo ricordare che dai nostri gesti, dai nostri comportamenti, dipende una città migliore. Dobbiamo ricordare che siamo responsabili della nostra rosa, perché è lei che abbiamo innaffiato, perché abbiamo messo lei sotto la campana di vetro, perché è lei che abbiamo riparato col paravento. Perché su di lei abbiamo ucciso i bruchi. Perché è lei che abbiamo ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche tacere qualche volta. Perché sono tutti questi gesti che hanno reso la nostra rosa una rosa speciale. Perché è la nostra rosa.
Alfonso Antoniozzi
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