Ripartiamo da San Pellegrino - A proposito delle lapidi senza corpi al cimitero San Lazzaro
di Francesco Mattioli
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 Viterbo – La Spoon River del cimitero San Lazzaro |
Viterbo – Nella Spoon River di Edgar Lee Masters si legge la storia di gente comune, con l’intento di restituire un angolo di quotidianità profondamente americana. In una contaminazione di prosa e poesia i defunti parlano di sé con l’Autore e non gli sono estranei.
Nell’antologia di Daniele Camilli non c’è gente comune. E non perché si susseguano solo vittime eccellenti ed eroi, ma proprio perché il tempo oggi corre così veloce che quelle “persone” vissute un secolo fa e oltre sembrano parlarti da un altro mondo, oltre che da un’altra epoca.
Sono testimoni preziosi e irripetibili.
Se la società e il costume si sono così trasformati in questi ultimi vent’anni, figurarsi lo scenario che ci si apre di fronte leggendo le storie di viterbesi trapassati da oltre cent’anni. Non facciamoci prendere da una mera curiosità, limitandoci a cogliere un parallelo tra la ricercata acconciatura della fanciulla di ieri e l’opera d’arte di un coiffeur di oggi, una similitudine tra lo sguardo orgoglioso della giovane e rara universitaria di ieri e quello determinato delle ragazze di oggi, o al contrario una differenza tra la retorica enfatica d’allora e la sobria pietas degli epitaffi contemporanei.
In realtà quella lunga teoria di lapidi sono come un libro di storia che narra avvenimenti del passato, riaccendendo la memoria su episodi dimenticati, sorprendendoci nella scoperta che “anche allora” esistevano certe “persone” e succedevano certe cose. Ogni volto, ogni storia diventa un esempio, una pietra di paragone. Quei volti, quelle storie ci dicono “Io vissi”, come fossero i testimoni e i narratori di un’altra Viterbo, in un andirivieni di percezioni e di sensazioni che ora ci avvicinano a quei personaggi e a quell’epoca, ora ci allontanano da essi.
C’è una disciplina, la sociologia visuale, che trattando dello studio della società e dei modelli culturali attraverso le immagini ha adottato anche l’analisi dei cimiteri, dalle architetture agli ornamenti delle tombe, ma focalizzandosi molto sugli epitaffi e sui ritratti dei defunti.
Camilli, diversamente dal suo lavoro sugli esclusi e sulla diversità al tempo del lockdown, dove il linguaggio artistico accompagnava esplicitamente e prevaricava in parte la funzione descrittiva e di denuncia sociale, nel suo viaggio fotografico tra le antiche lapidi del Cimitero di San Lazzaro acquisisce un ruolo più prettamente storiografico e sociologico. Certo, non mancano la pietas e la curiosità dell’esploratore della storia viterbese, la sua narrazione diventa un contributo di conoscenza, la redazione di un diario sulle scoperte e sulle riscoperte di questa “Viterbo che fu” sulla quale dovremmo essere più informati, di cui dovremmo essere più consapevoli. Ma il suo lavoro prelude all’analisi di una Viterbo di grande valore sociologico e storiografico, che è tuttora pressoché ignorata.
Parliamo spesso della Viterbo medievale, della Bella Galiana, di Santa Rosa, dello scoperchiamento del Palazzo dei Papi, ci spingiamo fino a ricordare la Viterbo dell’epoca dei Farnese e della Controriforma, poi un poco alla volta ci dimentichiamo di quella degli ultimi secoli e abbiamo trascurato persino quella del dopoguerra. Il fatto è che non ci sono più gli storiografi che dai documenti traevano la storia della città, non ci sono più i Pinzi, i Bussi, i Ciampi, i Signorelli, gli Egidi.
Oggi il tempo corre, siamo costretti a guardare solo avanti, la storia della città si svolge sul filo delle cronache quotidiane e ci dimentichiamo di eventi e persone di appena cinque o dieci anni fa. La memoria collettiva, che funziona per la Viterbo dell’altroieri, non si accende con la Viterbo di ieri. Qualche ispirato bardo locale, talvolta, si ricorda di certi personaggi più recenti, ma se non c’è una memoria comune consolidata, se non c’è la Storia, spesso sembra di avere di fronte suggestive marionette tirate improvvisamente fuori dalla scatola così, tanto per rivedere le loro sembianze e ricordare qualche loro battuta, senza poter ricostruire la trama intera della favola di cui furono partecipi.
La Storia non è solo fatta di eventi, ma anche di persone comuni, che anzi forse ne sono i veri e ignorati protagonisti. La ricerca di Daniele Camilli va a ritrovare quelle persone, quindi quelle atmosfere, quindi quella “cultura”; solo così si possono meglio interpretare, se non addirittura ricordare, anche certi eventi, riagganciandoli alla città, ai suoi spazi, ai suoi caratteri morfologici e sociali.
Quelle lapidi parlano, sembrano interviste. Cioè dati di ricerca.
Francesco Mattioli
Articoli: Salviamo la Spoon River della città di Viterbo di Daniele Camilli
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