Ischia di Castro -“Non abbiamo mai trattato i nostri braccianti agricoli come schiavi”. Parlano tramite il difensore i quattro arrestati della famiglia Monni, ai domiciliari da martedì.
Il giorno dell’interrogatorio di garanzia, ci tengono a sgomberare il campo da ogni equivoco tramite l’avvocato Marco Russo, che difende i quattro componenti della famiglia Monni di Ischia di Castro – padre, madre e due figli – arrestati dai carabinieri la mattina del 15 dicembre su richiesta del pubblico ministero Stefano D’Arma.
Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, ieri, il padre di 75 anni Raimondo Monni, la moglie di 70 anni Margherita Contena e i loro due figli di 49 e 38 anni, Giovanni e Salvatore Angelo. “Ma solo perché non sono bastati due giorni a leggere tutte le carte – puntualizza il legale, precisando – ai miei assistiti sono contestati occupazione di lavoratori stranieri clandestini, estorsione aggravata, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato e anche lo sfruttamento aggravato della manodopera, ma non la riduzione in schiavitù, un reato gravissimo, di competenza della Dda, che porta gli imputati davanti alla corte d’assise”.
“Parliamo di operai agricoli regolari che, secondo la procura, sarebbero stati sottopagati, costretti a vivere in condizioni di disagio e a lavorare oltre orario. Accuse, ovviamente, tutte da verificare. L’unico irregolare è l’albanese deceduto, ma solo perché era in attesa del permesso di soggiorno chiesto due mesi prima”.
“Non c’erano schiavi nei 400 ettari dell’azienda di famiglia, gestita da cinque diverse società, dove vengono allevati cinquemila capi di bestiame tra ovini, caprini e bovini e dove si produce latte e c’è anche uno splendido lanificio. La famiglia, d’origine sarda, vive dagli anni Settanta a Ischia di Castro, dove in oltre quarant’anni hanno dato vita a una realtà imprenditoriale tra le più importanti del settore a livello nazionale”, spiega Russo.
“I dipendenti sono per lo più stranieri, perché non si trovano italiani disposti a lavorare nelle campagne a stretto contatto con gli animali. Non è un lavoro facile quello del pastore. Ma, oltre allo stipendio, sono forniti di alloggi dignitosissimi, con tutti i confort, alcuni nelle camere di un ex agriturismo. Alloggio e anche il vitto. Venivano accompagnati a fare la spesa solo perché non hanno la patente o la macchina. Gli scontrini dimostrano che pagava il ‘padrone’, col suo bancomat, stornando solo i soldi degli extra dallo stipendio. Ho visto personalmente chili e chili di carni di tutti i tipi nei congelatori a pozzetto”.
“Nelle foto – prosegue il legale – si vedono ambienti sporchi e in disordine, ma certo non per colpa dei Monni. In cucina c’è una bellissima stufa a legna e vicino un carico di legna. Dovevano pagarsi da soli solo le bombole del gas. Erano curati e accuditi. La signora, in particolare, si preoccupava che stessero bene e in salute. Se c’era bisogno, venivano accompagnati a Roma. Il sabato sera, chi aveva la patente, poteva aveva a disposizione un’auto per andare a mangiare la pizza o uscire con la fidanzata”.
“Mai, in oltre quarant’anni di attività, i Monni hanno avuto problemi con l’ispettorato del lavoro. E’ tutto seguito da fior di professionisti, dal commercialista al consulente del lavoro. Il povero albanese deceduto in azienda il 7 giugno 2019 era irregolare, ma solo perché, grazie alla Bossi-Fini, non era ancora arrivato il via libera all’assunzione chiesto nel mese di aprile, quando era stato portato in azienda dal cognato ed era subito stata formalizzata la domanda per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Si potrebbe obiettare che potevano non farlo lavorare, ma qui parliamo di gente che ha bisogno di lavorare, che prega per lavorare”.
“Se avessero chiamato il 118 sul posto, invece che invitare il cognato a caricare in macchina il corpo e portarlo via le cose sarebbero andate diversamente, è vero. Una leggerezza, ma resta il fatto che il 44enne è morto di morte naturale, ha avuto un infarto fulminante. Altrimenti avrebbero contestato loro anche altri reati, invece non c’è nemmeno l’omissione di soccorso. Non lo hanno abbandonato, erano dietro l’auto, presenti quando sono intervenuti i soccorsi. Pensavano di evitare guai, invece sono arrivati a valanga”.
Il pensiero va all’azienda. “La preoccupazione dei miei assistiti, adesso, è la gestione del personale, cui vanno impartire direttive di lavoro da chi sa cosa va fatto, e la gestione del bestiame, che non deve soffrirne. Tra l’altro in un periodo dell’anno particolare, come Natale, quando stanno per arrivare camion carichi di agnelli, ci sono da effettuare le operazioni di scarico e tutto ciò che concerne la loro cura”, conclude il legale, già in contatto con gli amministratori, cui è stato affidato il delicato incarico.
“Non abbiamo dubbi che tutto sarò chiarito. Al centro di questa veramente brutta vicenda, ci sono operai e braccianti che, nonostante i contratti a termine, quando riprende la stagione chiedono di poter tornare, perché si trovano bene, sanno di essere al sicuro e di avere dei ‘padroni’ su cui poter contare”.
Tra le accuse contestate c’è anche l’evasione di 87.750 euro da versare all’Inps e all’agenzia delle entrate, solo negli ultimi due anni, per la mancava contribuzione e la fiscalità. L’estorsione, invece, è per avere costretto con le minacce il cognato del 44ennne albanese morto d’infarto a caricare in auto il cadavere avvolto in una coperta e portarlo via. La posizione del capofamiglia sarebbe la più grave perché accusato pure di “minaccia per costringere a commettere un reato”. I dipendenti, secondo l’accusa, sarebbero stati costretti a lavorare senza orari né riposi settimanali per poche centinaia di euro al mese e a vivere in alloggi fatiscenti e in condizioni igieniche scarsissime.
Silvana Cortignani
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