Prostituzione – Controllo dei carabinieri
Civita Castellana – (sil.co.) – Gruppo di lucciole sulla Flaminia, il “gergo di strada” dei presunti sfruttatori è risultato ermetico perfino per l’interprete madrelingua romena che ha tradotto, coadiuvata da una perita italiana, le circa 100 conversazioni telefoniche intercettate su richiesta della procura.
Il particolare è emerso nel corso dell’ultima udienza del processo davanti al collegio ai quattro imputati, che martedì, nel frattempo, sono diventati cinque, dopo la chiamata a giudizio di un indagato che si era reso irreperibile ai tempi del rinvio a giudizio, per il quale la difesa ha chiesto l’unificazione.
Alla sbarra per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione sono finiti quattro romeni, tra romeni e una connazionale di 33 anni anche lei prostituta (ventenne all’epoca dei fatti) nonché un italiano di Corchiano, un 61enne che sarebbe stato una sorta di “tuttofare” (tassista e controllore delle concorrenti nigeriane alla fermata del bus da Roma).
“In cambio di sesso, l’italiano era diventato il punto di riferimento della banda per il controllo e la vigilanza”, ha detto in aula un carabiniere, sentito come testimone lo scorso 20 aprile.
“Gergo di strada” incomprensibile per l’interprete
“Usano un linguaggio di strada a me sconosciuto – ha spiegato la traduttrice al collegio che le chiedeva se avesse incontrato difficoltà – la sensazione è che saltino da un argomento all’altro senza un senso compiuto, infarcendo le conversazioni di parolacce e bestemmie e passandosi continuamente il telefono l’uno con l’altro fino anche a cinque interlocutori in una sola conversazione, oltretutto chiamandosi a volte per nome e a volte usando nomignoli, per cui è difficilissimo capire chi è che parla e con chi”.
Indagine nata dalle confidenze di una lucciola ventenne
L’indagine, chiusa nel 2015 dal sostituto procuratore Massimiliano Siddi che ha coordinato l’inchiesta, avrebbe preso spunto dalle confidenze di una lucciola d’origine romena, che per prima avrebbe raccontato agli investigatori di essere giunta in Italia appena ventenne il 10 settembre 2009 e di essere stata immediatamente avviata alla prostituzione.
Reclutavano ragazze dell’est europeo in patria e poi le facevano prostituire in Italia non appena sbarcate dall’aereo in arrivo dalla Romania. Tra fine estate e l’autunno del 2009 avrebbero potuto “contare” su una batteria di sei lucciole, da far prostituire tra il chilometro 48 e il chilometro 51 della Flaminia a Civita Castellana oppure in un appartamento di Corchiano.
Articoli: “Venticinque euro al giorno per battere in una piazzola sulla Flaminia” – Gruppo di lucciole sulla Flaminia, alla sbarra quattro sfruttatori – Fatta prostituire non appena sbarcata dall’aereo arrivato dalla Romania
Banda attiva a Viterbo e Arezzo
La banda operava sia nel Viterbese che a Arezzo, dove avevano un altro appartamento in affitto e dove è tuttora in corso un altro processo. A Civita Castellana avrebbero avuto problemi con la concorrenza africana, in Toscana con una banda di albanesi che svolgeva attività analoga.
Il presunto capobanda è stato arrestato il 4 ottobre 2009 a Arezzo: “Dopo dieci giorni le prostitute si sono date alla fuga. Solo una è tornata, è stato fatto un incidente probatorio ed è stata indagata per falsa testimonianza”, ha spiegato il militare.
Protezione contro le concorrenti nigeriane
Le regole dell’ingaggio, secondo quanto emerso durante l’udienza di ieri, sarebbero state pattuite già in patria o non appena sbarcate in Italia: metà agli sfruttatori e metà alla lucciole, che avrebbero dovuto anche provvedere a vitto e alloggio a proprie spese.
Poi ci sarebbero stati degli accordi “personalizzati”: 25 euro al giorno ciascuna per l’occupazione della piazzola, con l’impegno da parte della banda a proteggere le prostitute romene dalla concorrenza della nigeriane.
Il processo riprenderà il 14 dicembre, quando il pm Siddi dovrebbe depositare le sommarie informazioni dei testimoni irreperibili e sarà sentito l’ultimo testimone per chiarire la sussistenza di un’aggravante, il cui venir meno significherebbe la fine del processo per intervenuta prescrizione.
