Viterbo – (sil.co.) – Auto e moto d’epoca, una passione finita a carte bollate per l’ex presidente e l’ex segretario di una nota associazione di collezionisti giunti ai ferri corti dopo essersi accusati reciprocamente di appropriazione indebita.
A processo davanti al giudice Roberto Colonnello – per la presunta appropriazione indebita di 8.841 euro – è finito l’ex segretario, difeso dall’avvocato Paolo Gasbarri, contro il quale si è costituito parte civile l’ex presidente, un medico di 74 anni, assistito da Stefano Brenciaglia.
L’imputato è accusato di essersi auto-liquidato oltre 8mila euro di rimborsi spettanti all’associazione.
Il difensore di parte civile Stefano Brenciaglia
Proprio l’ex presidente, in quanto parte offesa, è stato ascoltato per primo, ieri, relativamente agli accadimenti avvenuti tra gennaio e luglio 2015.
“Il segretario, cui spettava uno stipendio mensile di mille euro e del quale avevamo assunto su sua richiesta anche la nipote, è stato prima sospeso per tre mesi e poi espulso a luglio, in quanto pretendeva da me, nelle vesti di neo presidente, una somma di 10.500 euro, corrispondenti al 50% del 50% del rimborso versato al club dall’Asi nel 2014”, ha spiegato al giudice il 74enne.
“Scoprimmo così che esisteva una delibera del 14 maggio 2012, grazie alla quale, essendo il segretario-tesoriere, oltre allo stipendio percepito, si era anche auto liquidato 5.600 euro nel 2012 e circa 8mila euro nel 2013”.
“Fatto sta che fu sospeso per tre mesi e i 10.500 euro pretesi furono congelati dall’assemblea dei soci e lui, in tutta risposta, denunciò me per appropriazione indebita”.
L’ex presidente ha presentato un esposto in procura contro l’ex segretario
La parte offesa, un primario chirurgo all’epoca fresco di pensione, senza una macchia sulla sua onorata e lunga carriera, non ha preso bene la prima e unica denuncia penale della sua vita ed è passato al contrattacco, presentando contro l’ex segretario un esposto in cui si invitava a indagare la procura.
“Siccome non ci aveva lasciato nemmeno le chiavi, fummo costretti a forzare la porta del suo ufficio e anche di uno scaffale al suo interno, per effettuare le dovute verifiche sulla documentazione contabile, scoprendo che invece presso la sede non c’era niente, perché si era portato tutto a casa”, ha proseguito.
“Della famosa delibera che gli assegnava la metà del rimborso Asi, evidentemente contraffatta, con una scritta fatta con una penna e una calligrafia palesemente diverse, ho visto solo una fotocopia durante le indagini preliminari”, ha concluso.
Il giudice Colonnello, sentita la versione della presunta vittima, ha provato a sollecitare le parti a trovare un accordo transattivo stragiudiziale, confidando che, a distanza di oltre sei anni, gli animi potessero essersi raffreddati.
Niente da fare. L’imputato in particolare, che ha anche predisposto una memoria difensiva, è intenzionato ad andare avanti per dimostrare la sua innocenza nel processo.
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