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Carcere di Mammagialla - No della cassazione al ricorso: "E' socialmente pericoloso"

Detenuto per violenza di gruppo, chiede i domiciliari per assistere la madre malata

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Viterbo – (sil.co.) – Condannato a quattro anni e tre mesi per violenza sessuale di gruppo e rapina aggravata, un detenuto 38enne di Civitavecchia chiede i domiciliari per assistere la madre gravemente malata. La cassazione dice no anche se manca poco al fine pena: “E’ socialmente pericoloso”. 

L’uomo stava scontando nel carcere viterbese di Mammagialla una condanna a quattro anni e tre mesi di reclusione, stabilita in appello il 15 dicembre 2016, con fine pena il 21 luglio 2021, per reati commessi nel 2005.

L’imputato ha dovuto scontare l’intera pena dietro le sbarre dopo che la settima sezione penale della corte di cassazione presieduta dal giudice Enrico Giuseppe Sandrini, lo scorso 13 maggio, ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa contro il rigetto della richiesta di alleggerimento della misura di custodia cautelare da parte del tribunale di sorveglianza di Roma, che si è espresso al riguardo il 9 dicembre 2020.


Il carcere di Mammagialla

La casa circondariale di Viterbo


Secondo il tribunale di sorveglianza, pur essendo l’istanza ammissibile per via della commissione del reato prima dell’entrata in vigore della riforma del 2009, non poteva formularsi una fondata prognosi di non recidiva, date le risultanze dell’osservazione scientifica della personalità.

“Il condannato – si legge nelle motivazioni pubblicate il 26 ottobre, che riportano la sentenza del tribunale di sorveglianza – non sembrava aver concluso un processo di revisione critica tale da fargli prendere le distanze dalla gravità e dalla riprovevolezza delle condotte a lui ascritte, sicché si rendeva necessario un più marcato approfondimento e un lavoro finalizzato direttamente alla presa di coscienza di sé e delle proprie problematiche, da svolgersi in ambito intramurario”.

La difesa ha sottolineato come il comportamento in carcere dell’imputato sia sempre stato esemplare e come tra le motivazioni della richiesta di una misura alternativa ci fosse anche la necessità per l’imputato di assistere la madre gravemente malata. Nelle motivazioni della bocciatura del ricorso si parla di “infondatezza dei motivi addotti” nonché di “perdurante pericolosità sociale del soggetto recluso”. 

“Il tribunale di sorveglianza – viene sottolineato – ha manifestato un complessivo giudizio negativo sulla personalità del richiedente, alimentato non soltanto dalla gravità dei reati in espiazione ma da ulteriori elementi di conoscenza, con particolare riguardo alla non completa revisione critica e alla avvenuta emersione di fatti denotanti conflittualità familiare (denunzie cui ha fatto seguito la remissione di querela)”.

Non basta, secondo la suprema corte, la remissione di querela. “L’avvenuta remissione di querela rende il fatto oggetto di denunzia non procedibile in sede penale ma comunque valutabile quale indicatore del recupero o meno di modelli relazionali socialmente accettabili”, si legge. 


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8 novembre, 2021

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