Civita Castellana – (sil.co.) – Attività professionale “extramoenia” senza la prevista autorizzazione in un centro medico di Civita Castellana, tre medici dell’ospedale Santa Maria della Scala di Terni sono stati condannati dalla Corte dei conti a risarcire l’azienda ospedaliera e l’Usl Umbria 2 per un totale di oltre 180mila euro.
È il seguito umbro della vicenda del poliambulatorio “irregolare” individuato all’interno della Cittadella della Salute di Civita Castellana nell’ambito dell’operazione Panacea dalla guardia di finanza, relativa a 16 professionisti, tre dei quali umbri, con relativo procedimento penale instaurato dalla procura di Viterbo.
Nel 2020 la corte dei conti per il Lazio ha disposto nei confronti di 13 medici un sequestro conservativo per un ammontare complessivo di quadi tre milioni di euro, a garanzia del danno erariale cagionato in danno alle Asl di appartenenza.
L’attività svolta dallo studio medico era pubblicizzata attraverso una bacheca nella sala d’aspetto.
Le ipotesi di reato su cui hanno indagato le fiamme gialle sono truffa aggravata, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, uso di atto falso, falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sull’identità o su qualità personali proprie o di altri e per aver violato il testo unico delle leggi sanitarie.
La sezione umbra della corte dei conti ha chiamato a giudizio i tre professionisti di competenza il 18 novembre 2021, contestando loro la “indebita percezione dell’indennità esclusiva” in relazione all’attività professionale prestata “extramoenia” alla Cittadella della Salute di Civita Castellana, non essendo autorizzati come invece prevedono i regolamenti Alpi (Attività libero professionista intramuraria).
Si tratta di Riccardo Calafiore, che dovrà pagare all’ospedale 59.694,32 euro, Stefano Coaccioli, che risarcirà sempre al Santa Maria 63.661,70 euro, e Sergio Galasse, 60.086,92 complessivi, di cui 14.923,58 in favore dell’Usl Umbria 2 e 45.163,31 all’ospedale.
Il professor Calafiore, docente Endrocrinologia all’università di Perugia, dal 2009 era direttore della struttura semplice dipartimentale universitaria di andrologia e endocrinologia della riproduzione dell’ospedale di Terni, con rapporto di lavoro a tempo pieno ed esclusivo.
“Dagli accertamenti condotti in primis nell’ambito delle indagini penali – si legge nella sentenza – è risultato che visitava i pazienti già dal 2010”. La successiva autorizzazione Alpi rilasciata nell’aprile del 2019 è ritenuta illegittima dalla procura, perché Calafiore avrebbe qualificato lo studio medico in questione come “Studio professionale privato/struttura privata’, in contrasto con quanto accertato, trattandosi di struttura Ucp convenzionata con il Ssn”.
Il dottor Galasse è stato dipendente a tempo pieno e in esclusiva dell’Usl Umbria 2 dal 1° giugno 1992 al 17 gennaio 2016, come dirigente medico di chirurgia generale, ed è stato trasferito dal 18 gennaio 2016 al Santa Maria quale dirigente medico in rapporto esclusivo con incarico di alta professionalità.
“Dagli accertamenti – si legge ancora nella sentenza – è risultato che ha visitato i pazienti già dal dicembre 2011, in carenza di autorizzazione Alpi, mai richiesta né all’Usl Umbria 2, né all’azienda ospedaliera di Terni”.
Coaccioli, professore associato in medicina interna all’università di Perugia, “è stato preposto, a decorrere dal 1° gennaio 2005, alla direzione della struttura complessa universitaria di clinica medica generale e terapia medica, sino all’attualità in rapporto esclusivo con incarico di alta professionalità. Dagli accertamenti condotti in primis nell’ambito delle indagini penali, è risultato avere visitato pazienti dal dicembre 2015 a Civita Castellana in carenza di autorizzazione Alpi. Quella rilasciata il 28 ottobre 2016 per visitare presso il predetto studio, è ritenuta illegittima dalla procura, in quanto in contrasto con il regolamento aziendale e della disciplina di settore”, sostanzialmente per i motivi di Calafiore (la struttura non era studio privato, ma convenzionata col Ssn).
A tutti e tre i medici viene contestata anche la violazione di “esercitare l’attività libero professionale presso studi professionali collegati in rete, visto che elemento caratterizzante delle Ucp è proprio il collegamento in rete attraverso cui si condividono i dati relativi ai pazienti di tutti i medici facenti parte l’unità”.
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