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Elezioni comunali - L'intervento di Francesco Mattioli

“La rigenerazione del centro è una questione di recupero abitativo ed effervescenza commerciale”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Prendo spunto dall’ultimo articolo dell’amico Renzo Trappolini, quando cita Guido Piovene, il quale nel suo “Viaggio in Italia” del 1957 si meraviglia di Viterbo, che sembra divisa in due, una di pietra (il centro storico) e l’altra di cemento (la periferia).

Non  sempre gli scrittori, anche i grandi scrittori, hanno il polso della situazione e ci “azzeccano”. Piovene non lo avrebbe detto per Roma, Milano, Firenze, Mantova, Verona o Siena, dove comunque lo sviluppo urbano inevitabilmente giustappone antico e moderno; lo diceva per Viterbo perché forse se la era dipinta come un piccolo borgo incantato, cristallizzato nelle spire del suo medioevo. Ma Viterbo non è Civita di Bagnoregio, è una città come le altre che, seppur tra vari stenti e contraddizioni, si sviluppa come ogni altra città; specie capoluogo.

E il problema del centro storico, che sicuramente è divenuto eclatante dopo Piovene, cioè dopo gli anni Settanta, con la crescita smisurata della motorizzazione, dei centri commerciali, delle periferie, delle aree residenziali, non è solo di Viterbo ma di ogni città che abbia, appunto, un centro storico.

Le case di cemento hanno spazi ariosi, logge, scale comode,  ascensori, parcheggi, garage, spesso verde pubblico a due passi, oggi riscaldamento green. Le case di pietra sono state costruite quando ci si scaldava con il camino e lo “scaldino” e  si viaggiava a dorso di somaro; tranne quelle gentilizie – che quanto meno largheggiano di spazi e di vedute – hanno le finestre strette, i soffitti bassi, le scale ripide, gli ambienti ridotti, stanno ammucchiate le une vicino alle altre e se vuoi possedere due automobili è un bel problema metterle da qualche parte.

Così la gente locale va via e i nuovi residenti sono i marginali, gli immigrati, gli indigenti, quelli che si accontentano di sopravvivere tra quattro mura. Negli anni Sessanta i sociologi di Chicago hanno condotto studi eccezionali sulla marginalità come milieu della devianza sociale, ammonendo che se pratichi l’esclusione  e la marginalità, invece che l’inclusione e la partecipazione, dopo non  puoi lamentarti se si creano sacche di disperati e di disorientati che si abbandonano alla violenza, al vandalismo, al disordine.   

Se poi si tratta di centro storico di qualità, aggiungi i vincoli storici e architettonici persino se devi riparare una persiana (a tue spese) e la fuga è assicurata… Certo c’è chi se ne frega e deturpa persino gli affreschi quattrocenteschi, ma questa è un’altra storia, di ignoranza del singolo e di menefreghismo delle istituzioni.  Tuttavia il problema c’è; e non è solo del residente, ma anche del commerciante, il cui negozio diventa molto meno accessibile di quello aperto in un  centro commerciale e così lavori nel deserto. Fa eccezione una ristretta area “turistica”, ma certamente non risolve la residenzialità e l’attività socioeconomica ordinaria.

E questo ovunque, non  solo a Viterbo.

Certo, le periferie hanno altri problemi e c’è un’abbondante letteratura a riguardo. Ma lì politologi, urbanisti e architetti stanno ponendo qualche rimedio, almeno nelle nuove periferie, molto più razionali di certa cementificazione cieca e barbara del dopoguerra. Invece i problemi del centro storico sono aggravati dal fatto di essere legato ad un mondo che non  esiste più almeno da quarant’anni.

La rigenerazione del centro storico ha certamente bisogno di un “Piano Marshall”, come invoca Luisa Ciambella, per realizzarsi.  Ma non è tanto una questione urbanistica, quanto socioculturale; di “uso” della città.  E’ questione di incentivi e di facilitazioni, di recupero abitativo e di effervescenza commerciale.  Ed è soprattutto una questione di accessibilità. 

Il che non significa riaprire il centro al traffico automobilistico: Viterbo non  se lo può e non se lo deve permettere, sia in termini di inquinamento atmosferico, sia in termini di spazi, quindi neppure se vi circolassero solo auto elettriche. Significa piuttosto incrementare a dismisura la circolazione continua di piccoli, rapidi mezzi pubblici; valorizzare i parcheggi di scambio, offrire bike e car sharing, ascensori, scale mobili sotterranee; significa che nella mentalità della gente deve finire l’idea che prendere un bus è da sfigati, ma che – Suv o Maserati da esibire che sia –  nel centro storico ci vai o  a piedi o in bici (magari elettrica) o sul pulmino elettrico della Francigena.  E in centro ci dovrai andare… perché le grandi firme le troverai lì, il gusto lo troverai lì, la cultura la troverai lì, i servizi comunali li troverai lì, la movida la troverai lì, la sicurezza la troverai lì, la pulizia, l’igiene e il civismo li troverai lì, insomma Viterbo la troverai soprattutto lì. I centri commerciali non ne avranno danni, i consumi si praticano ovunque, ma avremo salvato la storia sociale di Viterbo, come anche altrove, in Italia e in Europa,  stanno tentando di fare.

Altrimenti, non resta che creare una idilliaca e superprotetta Disneyland per i turisti, circondata da un territorio di nessuno dove imperversa la guerra per bande. Romanzi e film di fantascienza, o meglio di futurologia, se ne sono occupati  a bizzeffe: non  c’è che la scelta per vedere dove si rischia di andare a finire.

Francesco Mattioli


 – Trappolini: Daje! Non è politica. È Viterbo


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9 giugno, 2022

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