Viterbo – (sil.co.) – Non violentò la figlioletta col compagno, riconosciuti alla madre diverse decine di migliaia euro per ingiusta detenzione.
La decisione è stata presa ieri dalla corte d’appello di Roma, cui si sono rivolti per un risarcimento il difensore Claudia Polacchi.
Nel 2019, dopo l’assoluzione definitiva, l’Organismo congressuale forense, rappresentato a Viterbo dall’avvocato Luigi Sini, oggi ai vertici dell’organizzazione, fece una campagna, con nomi di fantasia, per il “no alla prescrizione, sì ai processi con tempi certi e brevi”.
La madre “Fiorenza”, indagata nel 2007 e detenuta per oltre un anno in carcere, mentre la piccola veniva allontanata e affidata ai servizi sociali, disse: “Assolta dopo12 anni in appello, ho perso la mia libertà, ho perso gli anni più belli con mia figlia, ma ora sono serena, senza la prescrizione il processo poteva durare 13 anni”.
Era l’11 giugno 2019, quando i genitori furono assolti dopo 13 anni e mezzi di calvario. Condannati a cinque anni di carcere in primo grado per violenza sessuale aggravata su una bimba di sei anni, sono stati assolti con formula piena in appello. Imputati la madre e il patrigno quarantenni della presunta vittima.
Nel frattempo erano già trascorsi 13 anni e mezzo da quando l’incubo della famiglia era iniziato, partito dalla denuncia della badante di una vicina di casa che avrebbe sentito dei rumori sospetti provenire dall’appartamento della coppia.
Il 16 giugno 2015 sono stati condannati dal tribunale di Viterbo. L’11 giugno di tre anni fa sono stati assolti in appello, con la formula più ampia, “perché il fatto non sussiste”.
Era il 2006. Sono state messe delle telecamere nascoste, i filmati mostravano i genitori giocare sul lettone con la piccola prima di metterla a dormire. Giochi sospetti per gli investigatori.
La madre e il patrigno sono stati arrestati e sono rimasti un anno ai domiciliari in attesa del processo. La bambina è stata portata via alla madre, con la quale avrebbe perso per anni ogni contatto.
Fino alla clamorosa svolta, quando la corte d’appello di Roma, tre anni fa, ha ribaltato del tutto la sentenza, tredici anni e mezzo dopo i fatti e quattro anni dopo la condanna in primo grado a 5 anni di carcere della coppia, assistita dall’avvocato Polacchi.
Si è trattato di uno dei processi per presunta violenza sessuale aggravata su minore più contrastati mai celebrati al tribunale del Riello. A partire dalle indagini, condotte attraverso l’installazione in casa della coppia di cimici e microcamere nascoste, il cui video e sonoro fin dall’inizio si sarebbe prestato a interpretazioni opposte.
Indagini scattate su input non della vittima, della scuola o di un familiare, ma della badante di una vicina di casa, in un quartiere residenziale del capoluogo, al Paradiso.
La donna, di nazionalità romena, insospettita dai rumori provenienti nelle ore serali dall’appartamento situato al piano superiore, si sarebbe convinta che le grida e le risate che sentiva non fossero i classici giochi fatti coi bimbi sul lettone prima di dormire, ma che in quella camera da letto venivano commessi degli abusi.
La badante si sarebbe quindi confidata con la sorella, andandola a trovare a Montefiascone e recandosi subito dopo presso la locale caserma dei carabinieri per segnalare le sue perplessità sulla condotta della coppia del piano di sopra.
Abbastanza per dare il via a un’indagine lampo, anche alla luce dei precedenti per droga dell’uomo che, assieme alla donna ormai da qualche anno, sembrava avesse trovato la forza di uscire dal tunnel della tossicodipendenza. Una famiglia apparentemente serena e affiatata, a spasso a piedi per le vie del capoluogo con la bimba sempre appresso: la piccina a ridere sulle spalle del patrigno, la mamma dietro col passeggino.
Increduli i difensori Claudia Polacchi, Giuliano Migliorati e Alessandro Vitale, che non hanno mai smesso un minuto di sostenere l’innocenza dei propri assistiti.
“Ancora oggi, che la corte d’assise d’appello ci ha dato pienamente ragione, non riusciamo a capire come a i giudici di primo grado possano aver ritenuto provato il fatto – commentavano tre anni fa i legali – è una vicenda tristissima, in cui una bambina si è vista privare dell’affetto di sua madre e di un padre che, pur non essendo il genitore naturale, la amava come una figlia. Lei è la prima vittima di questa abnorme ingiustizia. E poi ci sono le altre vittime, i nostri assistiti, la cui vita è stata completamente stravolta da questa vicenda, dopo che avevano ritrovato insieme la serenità di cui avevano bisogno per ricominciare. Un intero nucleo familiare è stato distrutto a causa di accuse infamanti senza una prova”.
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