Viterbo – (sil.co.) – Tra gennaio e febbraio del 2015 è andata a denunciare il fidanzato dai carabinieri, dandogli del piromane, dicendo di averlo visto appiccare un incendio a un capannone dell’azienda per cui tuttora lavora. Non era vero.
Diventata nel frattempo sua moglie, dopo sette anni è stata condannata a due anni di reclusione per calunnia. Avrebbe raccontato il falso per punirlo di un presunto tradimento.
“Aveva un accendino in mano e una tanica bianca piena di benzina per dare fuoco”, avrebbe riferito in caserma, come ha confermato ieri il militare che nel 2015 ha raccolto le sommarie informazioni della donna. Il testimone è stato sentito al processo per calunnia che si è concluso ieri davanti al giudiceElisabetta Massini.
Nei guai l’imputata si è messa da sola, nel 2019, quando, testimoniando al processo in cui in seguito alla sua denuncia era imputato di incendio il fidanzato, nel frattempo diventato marito, ha ritrattato: “Non era vero niente, ero gelosa perché pensavo avesse un’altra, per cui abbiamo litigato e io per vendicarmi l’ho denunciato”.
Il marito è stato assolto grazie a lei dal giudice Giacomo Autizi, mentre gli atti della sua deposizione sono stati rinviati in procura e la donna è finita a sua volta a processo per calunnia.
Ieri in aula è toccato al marito testimoniare, confermando la circostanza dei litigi per gelosia seguiti, a distanza di appena tre mesi, dal matrimonio della coppia.
Il pubblico ministero ha chiesto una condanna a un anno e quattro mesi per calunnia. Il giudice ha condannato l’imputata a due anni di reclusione con sospensione della pena.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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