Il processo è in corso davanti alla giudice Elisabetta Massini
Viterbo – (sil.co.) – “Non ero libero neanche di prendere un caffè”, sostiene la vittima, Un caso di violenza domestica al contrario al tribunale di Viterbo, dove una donna è imputata di maltrattamenti in famiglia dal suo ex, con cui ha avuto una convivenza a singhiozzo durata circa quattro anni e terminata nel 2019.
Il processo si è aperto giovedì davanti alla giudice Elisabetta Massini con la testimonianza della presunta vittima, che aveva denunciato una prima volta l’imputata nel 2017, ritirando poi la querela quando la coppia ha deciso per l’ennesima volta di riprovarci, quindi di nuovo a fine 2019, dopo un episodio in cui sarebbe stato morso, sfociato nell’attuale procedimento.
“Io sono affetto da sindrome bipolare e tendo a diventare aggressivo, cosa che la mia ex sapeva quando ci siamo messi insieme. Ma lei aveva il vizio di mettermi le mani addosso. Mi menava e io scappavo a casa mia per una-due settimane, poi facevamo pace e tornavamo a stare insieme a casa sua. Passavano dieci giorni e ci separavamo nuovamente”, ha spiegato la parte offesa.
“Nel 2017 ho ritirato la querela perché avevamo fatto di nuovo pace, ma è durata un altro anno e mezzo, poi l’ho lasciata definitivamente. Non ce la facevo più a subire le sue angherie, le sue cenate e le continue aggressioni fisiche”.
“Non ero libero neanche di prendere un caffè in più senza il suo permesso, se riteneva che fosse di troppo scoppiava una tragedia, e mi metteva le mani addosso. Per non sentirla, dovevo fare solo quello che diceva lei o comunque col suo permesso. Non era più vita”, ha proseguito, sottolineando come la relazione sia chiusa definitivamente e non si siano più visti.
Il processo riprenderà il 15 dicembre per sentire gli altri testimoni dell’accusa e i testimoni della difesa.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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