Viterbo – ( sil.co.) – Prelievi nei conti degli assistiti, indagata per peculato in concorso con il marito avvocato, una amministratrice di sostegno cinquantenne nel frattempo interdetta dal pubblico ufficio.
La coppia avrebbe utilizzato il denaro illecitamente percepito da sei assistiti per ristrutturare casa e una villa al mare all’Argentario.
La vicenda è emersa dopo che la cassazione ha bocciato il ricorso presentato dalla donna, assieme al marito, contro l’ordinanza con cui, lo scorso 27 giugno, il tribunale di Viterbo ha rigettato le istanze di riesame avverso il provvedimento di sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente di beni nella disponibilità della coppia per 60mila euro.
Secondo l’imputazione provvisoria, il reato di peculato sarebbe stato commesso dalla cinquantenne, in qualità di amministratore di sostegno, agendo in concorso con il marito, attraverso l’appropriazione del denaro di taluni soggetti tutelati. Il meccanismo, che sarebbe stato messo a punto dal marito avvocato, sarebbe stato quello delle sovrafatturazioni.
La condotta appropriativa sarebbe stata desunta dalla genericità dei rendiconti e dall’assenza di “spiegazioni documentali” delle spese sostenute, anche se, come sostiene la difesa, oggetto di parere favorevole da parte del pubblico ministero e di approvazione da parte dei competenti giudici tutelari.
Al centro delle indagini prelievi per diverse migliaia di euro dai conti di due sorelle, di altre tre donne assistite dall’amministratrice di sostegno e anche di un assistito
“Dall’ordinanza impugnata risulta – si legge nelle motivazioni pubblicate il 2 dicembre della sentenza della cassazione – che sono stati considerati gli ulteriori elementi emersi nel corso delle indagini quali, in particolare, i prelievi diretti di denaro dai conti correnti dei soggetti amministrati dall’indagata che, in taluni casi, risulta contestualmente versato sui conti della coppia (senza alcuna menzione di tale operazione nei rendiconti) e, in altri, è stato impiegato per l’acquisto di materiali e la realizzazione di lavori presso l’abitazione degli indagati, nonché presso la loro villa di Ansedonia e lo studio del marito, e per la manutenzione della vettura dello stesso”.
“Tale indebito impiego del denaro dei soggetti amministrati nell’esclusivo interesse dei due indagati – si legge ancora – ha trovato ulteriore conferma nelle informazioni rese da artigiani e commercianti i quali hanno riferito in merito alle fatture emesse nei confronti delle persone amministrate, chiarendo che i lavori cui si riferivano, in alcuni casi, non erano stati svolti nel loro interesse, mentre in altri si riferivano a lavori di valore inferiore agli importi fatturati”.
E ancora: “Sono state, inoltre, considerate sia le risultanze della documentazione bancaria, postale e contabile che dei tabulati di traffico telefonico dai quali sono emersi prelievi effettuate con carte di debito intestate alle due sorelle ed effettuate in luoghi diversi da quello di residenza delle due amministrate”.
In conclusione, secondo la cassazione, il tribunale “ha legittimamente ravvisato l’esistenza del presupposto considerando il concreto pericolo, desunto dalla spregiudicatezza della condotta degli indagati, che i beni sottoposti al vincolo possano essere occultati, distratti o trasferiti a terzi”.
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