Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Controllo di vicinato. Neighborhood watching. E’ un piacere sapere che anche a Viterbo, città che nelle classifiche sulla qualità della vita si pone comunque in buona posizione quanto a sicurezza urbana, sia stato firmato il protocollo d’intesa fra Comune e Prefettura per l’avvio di questa significativa risorsa a favore dell’ordine pubblico.
Il termine anglosassone, spesso usato a riguardo, non è un vezzo fine a sé stesso, ma il riconoscimento che una pratica del genere viene direttamente dall’esperienza americana e inglese, che nel secondo dopoguerra ha formalizzato un costume diffuso da tempo tra quelle popolazioni.
La questione non è così semplice come può sembrare, e non a caso sono stati dedicati studi e riflessioni su di essa, perché si collega a vari fenomeni e a varie circostanze, presentando criticità, equivoci, problemi di carattere sociale che non vanno sottovalutati.
Nel mondo anglosassone è segno evidente di civismo; la “democrazia” infatti è vissuta innanzitutto come “partecipazione”, contributo collettivo alla soluzione di problemi che riguardano la convivenza quotidiana tra i cittadini.
Colui che osserva e riferisce alle autorità di pubblica sicurezza è un benemerito della comunità e contribuisce a proteggerla con la sua attenzione e la sua sensibilità. In una vecchia indagine degli anni ’80, si legge la seguente risposta data ad un intervistatore da una signora del East End londinese: “Ci tengo a che il mio quartiere sia un luogo sereno, dove si possa vivere tutti in pace; così, se mi capita di guardare a lungo dietro le finestre di casa ciò che accade nella via, è soprattutto per essere sicura che intorno a noi non crescano pericoli; mi sento importante, in grado di aiutare i miei vicini a vivere bene.”
Un altro intervistato, un settantenne che gira spesso nei parchi pubblici, sostiene invece di “sentirsi una specie di nonno, protettore di tutti coloro che vivono nel quartiere; non c’è bisogno di ricorrere alle gesta di Charles Bronson, basta un telefono e la polizia viene, osserva, controlla e ci fa stare tranquilli”.
La presa di distanza dal “giustiziere della notte”, figura ricorrente in molti film e serial di ieri e di oggi, è significativa; perché chi si impegna nel controllo di vicinato non si sente sceriffo ma cittadino vero, di supporto alle forze dell’ordine che hanno la funzione esclusiva di repressione del crimine. Tutto ciò accade in democrazia, cioè in una società che non è una hobbesiana foresta di lupi.
Nella società italiana, il “Controllo di vicinato” subisce qualche difficoltà in più. La nostra è una cultura che per secoli ha dovuto misurarsi con il potere assoluto, con il sopruso, con la dittatura.
In questi casi, le numerose vittime erano costrette a praticare l’omertà, a sgomitare fra loro per raggranellare una protezione, piuttosto che ad aiutarsi e a praticare il proprio dovere di cittadini. Così, tra denunce anonime, soffiate, volti girati dall’altra parte si finiva per porsi in relazione moralistica e opportunistica con il ruolo della spia.
La denuncia di un comportamento asociale o criminale si collegava o ad una strategia per avvicinarsi alle grazie del potere, o per dannare un avversario scomodo. Nella cultura italica la signora che osservava la via dalla finestra era una spiona e il nonno che si guardava intorno per verificare che non succedessero guai era solo un rompicoglioni.
Siamo una democrazia giovane; abbiamo una Costituzione meravigliosa, ma dobbiamo imparare. Non è un caso, del resto, che le prime forme organizzate di Controllo di vicinato, in Italia, si siano manifestate come “ronde”, esibendo in prima fila individui dalla mascella serrata, cipiglio autoritario e bastone in mano, del tipo ” adesso vi facciamo vedere noi”. E, beninteso, di ogni inclinazione politica…
Che la novella legislazione italiana e le precisazioni esplicite delle autorità di pubblica sicurezza, quando presentano l’iniziativa, specifichino chiaramente i ruoli dei “controllori”, i limiti della loro discrezionalità e le tecniche ammesse, soprattutto insistendo sul fatto che non si tratta di ronde – che non verranno tollerate – non è quindi un eccesso di pignoleria, ma un altolà preciso ai giustizieri in pectore.
Il Controllo di vicinato deve – o dovrebbe – essere la più naturale, la più civica, la più condivisa attività di una comunità che manifesti coesione, vicinanza, rispetto reciproco, desiderio di agire per il bene proprio e altrui.
Ma sia chiaro: non si tratta solo di controllare i pericoli potenziali che provengono dal crimine, ma di denunciare anche la disfunzione di un servizio pubblico, che si tratti di una buca, di un marciapiede divelto, di un accesso negato al disabile, della presenza in strada di materiale sporco o pericoloso, ecc. Perché il Controllo di vicinato riguarda la sicurezza civica tout court, cioè la rimozione di ogni situazione di rischio; i suoi interlocutori sono certamente le Autorità di Pubblica Sicurezza, ma anche la Pubblica Amministrazione e il Sevizio Sanitario.
Questa precisazione ovviamente non proviene dalle sole valutazioni personali del sottoscritto, ma da una ormai lunga e consolidata letteratura scientifica sulla sicurezza urbana che considera la qualità della vita un “sistema” multidimensionale che non può essere affrontato se non in modo, appunto, sistemico, cioè integrato.
Il rischio peraltro è che tale controllo venga praticato soprattutto dai cittadini di una certa età, meno impegnati nel lavoro, con maggior tempo libero a disposizione. Al contrario, forse dovrebbero essere soprattutto le giovani generazioni a praticare il controllo di vicinato; perché sono quelle che si muovono più assiduamente sul territorio, che vengono avvicinate più spesso dalla microcriminalità e, forse, anche quelle che aprendosi al futuro hanno maggior bisogno di esercitare e di difendere le regole della civile convivenza.
Francesco Mattioli
– Sicurezza, controlli di vicinato in 4 “zone calde” della città
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY