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Gioielli rubati nei compro del boss, un anno per sentire gli ultimi testimoni

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Giuseppe Trovato

Il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato – in carcere dal 25 gennaio 2019


Viterbo – (sil.co.) – Mafia viterbese, slitta a maggio e giugno dell’anno prossimo il processo al boss Giuseppe Trovato, imputato davanti al collegio di ricettazione di gioielli rubati nei tre negozi di compro oro che gestiva a Viterbo fino all’arresto del 25 gennaio 2019 nell’ambito dell’operazione Erostrato. Per i suoi compro oro sarebbero passati, secondo l’accusa, quattro chili di gioielli rubati e lui avrebbe evaso centomila euro di tasse.

Gli ultimi testimoni dell’accusa e quelli dell’imputato saranno sentiti nella primavera 2024. Gioielli riciclati o forse no. Dubbi sulla provenienza furtiva dei preziosi sono stati sollevati nelle precedenti udienze dalla difesa.

Anche ieri Trovato,49 anni, originario di Lamezia Terme, era regolarmente in aula, in videoconferenza dal carcere di Nuoro dove è ristretto al 41 bis per scontare la condanna a 12 anni e 9 mesi di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, diventata definitiva lo scorso 31 gennaio in cassazione. 

I militari della guardia di finanza, contestualmente alle indagini dei carabinieri coordinati dalla dda di Roma su “mafia viterbese”, hanno passato al setaccio i tre compro oro di cui Trovato era titolare, in viale Francesco Baracca, via della Palazzina e via Garbini.

Sui registri contabili e gli atti di vendita hanno riscontrato, nel quinquennio tra il 2013 e il 1018, presunte anomalie nella compilazione dei moduli rilasciati ai clienti al momento della vendita. Ossia firme diverse o mancanti, correzione di dati quali il peso e il prezzo dell’oro.

Nelle precedenti udienze sono stati sentiti, oltre agli operanti, anche alcuni clienti, che hanno disconosciuto firma e oggetti venduti a loro nome

Tra i testimoni anche un cliente che ha venduto due volte preziosi ai compro oro di Trovato, per un ammontare rispettivamente di 280 e 500 euro. A suo nome è stata acquisita e verificata una scheda relativa a una compravendita per 870 euro, di cui ha disconosciuto la firma e non ha riconosciuto gli oggetti. Per l’accusa, quindi, nessun dubbio che si tratti, come in altri casi, di una falsa dichiarazione. 


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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