Tuscania – Venduta dal fidanzato per 10mila euro e costretta a battere a Roma, condannata la donna che la sfruttava. Tutto era partito dalla denuncia di una “madre coraggio” d’origine romena residente a Tuscania la cui figlia ventenne sarebbe finita nella mani del racket della prostituzione nella capitale.
Si è concluso con la condanna a 12 anni e mezzo di reclusione della presunta sfruttatrice 46enne T.D., il processo di primo grado davanti alla corte d’assise del tribunale di Roma alla donna che con tre connazionali 46enne avrebbe gestito un fiorente traffico di cocaina e un altrettanto florido giro di una decina di lucciole moldave e romene nella capitale.
I tre uomini e la donna sono stati arrestati il 15 marzo 2021 nel corso di un blitz dei carabinieri del nucleo investigativo di Viterbo. Oltre alla sfruttatrice 46enne, rintracciata a Catania, sono stati arrestati anche tre albanesi, rintracciati a Roma: il 42enne K.G., il 29enne K.E. e il 22enne M.B.. Le manette sono inoltre scattate per la 23enne romena S.V.A., compagna del 29 albanese, che durante la perquisizione è stata sorpresa in possesso di 50 grammi di cocaina suddivisa in 9 dosi, nascosta in uno zainetto.
Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di riduzione in schiavitù, tentata alienazione di schiavi, tentata estorsione aggravata, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, cessione di sostanze stupefacenti.
La denuncia della mamma di Tuscania risale all’estate 2019 quando la donna, non riuscendo a contattare la figlia e temendo il peggio, diede l’allarme ai carabinieri. L’inferno sarebbe andato avanti un paio di anni. La ventenne, dopo mesi di prigionia, è riuscita a fuggire, facendo rientro, con l’aiuto di un connazionale, a Tuscania, presso l’abitazione della madre, dove i militari le hanno garantito sostegno e tutela.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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