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Viaggio nella giustizia tra Ottocento e Novecento a Viterbo - Incesti e sodomia tra i reati più "abietti" davanti alla corte d'assise dell'epoca - Ma anche omicidi e tantissimi delitti in famiglia: uxoricidi, parricidi e fratricidi

Boom di infanticidi quando l’aborto “non esisteva” e chi uccideva si giustificava: “Me lo ha ordinato il demonio”

di Silvana Cortignani
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Viterbo – Viaggio nella giustizia a Viterbo tra Ottocento e Novecento, bisogna tornare al 12 dicembre 1888 per trovare un processo davanti alla corte d’assise che oggi non avrebbe ragion d’essere: per “lesa maestà”, in cui parti offese sono “Re e Regina d’Italia”. Imputato tal Vincenzo Antonelli di Vitorchiano. Per “grida sediziose” sono invece stati processati, il 25 novembre 1890, Renzo Renzi e Giuseppe Salomoni. Parte lesa: “La Monarchia”. 

Sono custodite dall’archivio di stato le sentenze della corte d’assise del tribunale diViterbo dal 31 gennaio 1872 alla prima metà del secolo scorso. Tra i delitti, uno si distingue per l’inedita qualificazione del reato. Risale al 2 maggio 1926 la condanna di tal Emma Gentili, imputata di “omicidio volontario per demonologia” per la morte, a Viterbo, di Annita Prosperi. In pratica la giustificazione sarebbe stata “me lo ha ordinato il diavolo”.

Ma la vera piaga, se così si può dire, tra la seconda metà dell’Ottocento e il Novecento, in anni in cui l’aborto “non esisteva”, è il boom di condanne per infanticidio. Dopo il Duemila, nella Tuscia, se ne è registrato uno, quello di una bimba nata settimina, il cui cadavere è stato abbandonato in un cassonetto del Carmine-Salamaro a Viterbo il 2 maggio 2013, per il quale la madre è stata per l’appunto condannata a cinque anni di reclusione per feticidio così come l’infermiere che l’aveva aiutata a sbarazzarsi della gravidanza sgradita. 

Un secolo e mezzo fa, non era raro perdere la vita in fatti di sangue. La prima sentenza in elenco, quella del 31 gennaio 1872, è relativa a un caso di omicidio volontario, commesso a Bassano, non si sa se Romano oppure in Teverina. Pochi giorni dopo, il 7 febbraio dello stesso anno, la corte d’assise ha emesso un’altra sentenza sempre per omicidio volontario, stavolta a Montefiascone. 

Oltre trenta, solo nel 1872, gli ammazzati nella Tuscia, tra omicidi e ferimenti a morte sparsi un po’ in tutta la provincia, finiti all’attenzione dei giudici della corte d’assise: quattro avvenuti a Viterbo e poi Farnese, Canepina,Corchiano, Ischia di Castro Vetralla, Acquapendente, Grotte di Castro, Tuscania Cellere, Barbarano Romano, San Lorenzo, Capranica, Vallerano, Civita Castellana, Nepi, Bagnoregio, Piansano.


Tribunale di Viterbo - L'aula di corte d'assise

Tribunale di Viterbo – L’attuale aula di corte d’assise


Stupri, infanticidi e incesti

Non mancavano gli stupri. Solo nel 1873 si contano ben cinque sentenze nei confronti di altrettanti casi di violenza sessuale, consumata o tentata, avvenuti a Castiglione in Teverina, Orte, Gallese, Bolsena e Tuscania. 

Ma quello che colpisce. in tempi in cui “non esisteva” l’aborto, sono gli infanticidi. Nel 1873, una donna di Grotte di Castro è stata condannata per infanticidio. Altre due condanne per infanticidio, nel 1886, hanno colpito una donna di Viterbo e una donna di Nepi. Per infanticidio, nel 1887, è stata condannata una donna di Grotte di Castro. Nel 1889 una donna di Vetralla. Il 17 luglio 1896, sempre per infanticidio, sono state processate due donne di Tessennano. Il 23 luglio dello stesso anno una donna di Villa San Giovanni in Tuscia. Il 7 febbraio 1905 sono state condannate per infanticidio due donne di Nepi, l’8 luglio 1905 una donna di Viterbo, l’11 luglio 1905 due donne di Canepina. Il 6 dicembre 1926, per lo stesso reato sono stati condannati, caso unico, un uomo e una donna di Montefiascone. Nel 1920 è toccato a una donna di Grotte Santo Stefano.

Nello 1886 è stato condannato per incesto un imputato di Montefiascone. Nel 1888 è toccato a un uomo di Sutri. Nel 1889, sempre per incesto, è stato condannato un uomo di Vitorchiano. Per incesto e violenza carnale a i danni di due vittime, maschio e femmina, il 18 novembre 1905 è stato condannato un uomo di Civita Castellana.


Sodomia e atti di libidine contro natura

Per restare in tema di reati “abietti”, il 28 novembre 1886 è comparso davanti alla corte d’assise per “atti di libidine contro natura” ai danni di sette scolaretti, tutti maschi, un maestro elementare di Civita Castellana. Per lo stesso reato sono stati condannati, il 31 agosto 1887, due uomini di Torre Alfina, accusati anche di percosse al giovane che ne è stato vittima. Tornando al 1886, il primo ottobre è stato giudicato per il reato di “sodomia” ai danni di una donna, un uomo di Vignanello. Il 25 gennaio 1889, invece, sono stati condannati per “sodomia e atti contro natura” due uomini che a Viterbo hanno stuprato un ragazzo. Il 5 luglio 1897 è stato invece giudicato per “sodomia-violenza carnale” ai danno di due ragazzi un uomo di Vejano.


Uxoricidi, ma anche tanti parricidi e fratricidi

Il primo maggio 1895 e il 9 dicembre 1889 si sono chiusi due processi per altrettanti uxoricidi commessi a Viterbo: imputati, rispettivamente, Felice Furia e Gregorio Proietti, “parti lese” le mogli Filomena Mecucci e Maria Benedetti. Il 25 aprile 1890, per “uxoricidio premeditato” a Tuscania, è stato condannato Tommaso Scriboni, vittima la consorte Giacinta Giovagnoli.

Il 17 luglio 1901 si è chiuso il processo per “parricidio” a Francesco Mastrantoni di Carbognano e il 19 novembre 1901 quello per il “fratricidio” della sorella di Giacomo Petti di Canepina. Il 10 febbraio 1905 sono stati condannati per l’omicidio del fratello, Giuseppe e Luigi Ceccarelli di Vignanello. Il 7 luglio 1905, Pietro e Clemente Truffa di Ronciglione sono stati condannati per l’uccisione del padre. Il 10 novembre 1906 Nicola Andreuzzi è stato condannato per fratricidio a Castiglione in Teverina. Il 19 ottobre 1915 è stato condannato per parricidio Francesco Olimpieri di Cellere. 

Silvana Cortignani


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27 novembre, 2023

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