Viterbo – “In Gambia vige un regime democratico, tanto che ad ottobre 2022 si sono tenute nuove elezioni, non sono segnalati atti di persecuzione né di tortura, la pena di morte è stata abrogata, non ci sono norme discriminatorie”.
Bocciato dalla cassazione il ricorso di un 37enne del Gambia contro l’espulsione sancita l’11 maggio 2023, in alternativa alla detenzione, dal tribunale di sorveglianza di Roma che, rigettando l’opposizione, l’ha ritenuta correttamente disposta “essendo la pericolosità sociale del condannato dimostrata dal suo ingresso illecito in Italia, dalla mancanza di leciti mezzi di sostentamento e dalle moltissime condanne subite per gravi reati”.
Sono state pubblicate il 23 gennaio le motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 12 dicembre, è stato tra l’altro rilevato come siano “del tutto indimostrate” la mancanza del rispetto dei diritti civili in Gambia nonché l’appartenenza della famiglia del 37enne a un gruppo di oppositori politici.
Viterbo – La questura
Secondo la difesa, la situazione politica sarebbe stata confermata da un rapporto di Amnesty International del 2021, allegato all’atto di opposizione, unitamente ad una sentenza emessa dal tribunale di Genova il 23 giugno 2020, in cui la situazione del Gambia e della famiglia dell’imputato è stata ampiamente valutata.
Ma, come detto, il ricorso è stato dichiarato infondato e quindi rigettato. “L’ordinanza impugnata – si legge nelle motivazioni – è adeguatamente motivata, avendo valutato la sussistenza della pericolosità sociale del ricorrente sotto plurimi profili, cioè la sua presenza irregolare nello stato, l’assenza di mezzi di sostentamento, i numerosi e gravi delitti commessi”.
“Il ricorso è errato – scrivono gli ermellini – perché nel decreto di applicazione della misura dell’espulsione emesso dal magistrato di sorveglianza in data 12 gennaio 2023, oggetto dell’opposizione, il giudice dava atto di avere acquisito dalla questura di Viterbo, con nota del 21 dicembre 2022, le informazioni necessarie in merito alla sussistenza dei presupposti”.
“L’asserita situazione di rischio – viene sottolineato – non è stata adeguatamente allegata dal ricorrente. Nessuna allegazione è stata da lui fornita per dimostrare che la sua famiglia sia composta da oppositori politici al regime attualmente al potere, o da soggetti comunque sottoposti a rischio, in ragione della loro attività politica o della loro appartenenza a gruppi socialmente attivi”.
E ancora: “In merito alla situazione attualmente presente in Gambia, relativamente al rispetto dei diritti umani, lo stesso rapporto di Amnesty International allegato, risalente al 2021, menziona il fatto che dal 2017 si è insediato un nuovo presidente intenzionato a migliorare le normative, e informazioni più recenti, reperibili sui canali digitali, affermano che in Gambia vige un regime democratico, tanto che ad ottobre 2022 si sono tenute nuove elezioni, non sono segnalati atti di persecuzione né di tortura, la pena di morte è stata abrogata, non ci sono norme discriminatorie”.
Informazioni che, si ribadisce nella motivazioni della sentenza, risultano confermate dal fatto che, nell’elenco emesso in data 17 febbraio 2023 dal ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, il Gambia è riconpreso tra i “paesi sicuri”, valutazione rilevante per l’esame delle domande di protezione internazionale-
Infine un’ultima sottolineatura: “Il ricorrente, peraltro, non risulta avere mai richiesto la protezione internazionale, né ha mai sostenuto di essere soggetto a specifiche situazioni di rischio a causa di sue condizioni personali”.
Silvana Cortignani
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