Viterbo – (sil.co.) – Accusato dalla ex di averla brutalmente picchiata e stuprata la sera del 17 ottobre 2019, rilancia e dice di averla soltanto presa a schiaffi per difendersi e che era consenziente. Secondo la vittima, il movente sarebbe stato un aperitivo di troppo offertole dal barista, che lui le aveva vietato di bere.
Violenza – immagine di repertorio
Peccato che la vittima sarebbe giunta al pronto soccorso col volto tumefatto e le costole fratturate, come sottolineato dal pubblico ministero Michele Adragna che ha prodotto al collegio il referto dei sanitari dell’ospedale di Belcolle, dove la presunta vittima è stata accompagnata due giorni dopo dal fratello, da cui emergono costole e setto nasale rotti nonché ecchimosi in faccia e sulla testa, incompatibili con un paio di ceffoni.
Imputato un uomo, difeso dall’avvocato Domenico Gorziglia, già finito sotto processo per maltrattamenti e quindi rinviato a giudizio per violenza sessuale e lesioni gravi. Parte offesa una trentenne che ieri ha raccontato la drammatica serata sfociata nella violenza in tribunale.
“È cominciato tutto al bar dove ci siamo fermati a prendere un aperitivo. Lui non voleva che io prendessi lo Spritz, perché era alcolico, ma io l’ho preso lo stesso e l’ha presa come una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Quando siamo usciti dal bar per andare al ristorante dove avevamo in programma una cena, si è fermato presso una stazione di servizio e ha cominciato a pestarmi. Poi siamo tornati a casa dove ha proseguito il pestaggio, con calci e pugni, e quando cadevo a terra mi intimava di rialzarmi ‘perché io non meno chi è a terra’”, ha detto.
Tra il distributore e casa, l’imputato sarebbe andato avanti così per un’ora e mezza. “Poi mi ha ordinato di andare in bagno, mi ha fatto chinare sulla vasca e mi ha presa brutalmente da dietro”, ha proseguito, aggiungendo particolari raccapriccianti.
La difesa ha puntato sui due giorni trascorsi prima di dare l’allarme chiamando in soccorso il fratello, che l’ha portata prima in ospedale e poi alla polizia, senza che lei entrasse nel merito della violenza sessuale per cui l’uomo è ora a processo. “Non volevo dirlo per vergogna, per paura… poi ho parlato con mio fratello e mio padre e ho deciso di presentargli il conto, perché una persona che ha fatto cose del genere è giusto che paghi”, ha replicato.
L’imputato, attualmente detenuto per altra causa, durante l’esame ha detto di essersi ritrovato in carcere dopo una settimana senza sapere perché. Ha negato di avere fatto sesso in bagno: “Io le avevo dato qualche schiaffo perché dava in escandescenze, ma poi abbiamo fatto pace, abbiamo cenato e fatto sesso in camera da letto. Ritengo che fosse consenziente”.
Lei aveva detto poco prima: “Io non volevo, ma non mi sono opposta, sono stata zitta, speravo solo che finisse presto e che non mi lasciasse danni fisici”. Il giorno dopo, sempre a detta della parte offesa, lui avrebbe commentato: “Ringrazia che ieri non ti ho seppellito… rifarei tutto quello che ho fatto”.
A marzo discussione e sentenza.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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