Bolsena – (sil.co.) – Prosciolta la nipote finita a processo con l’accusa di avere raggirato lo zio all’epoca dei fatti ottantenne e residente a Bolsena.
La donna, che era invece residente a Viterbo, in base alla denuncia, sarebbe riuscita a farsi consegnare dall’anziano parente la somma di ben 85mila euro, con la scusa che servivano ad aiutare una sua vecchia fiamma in difficoltà economiche, che non avrebbe avuto soldi per accudire l’anziana madre.
La vicenda, su cui indagarono i carabinieri della locale stazione, risale al 2017. Nei giorni scorsi, a distanza di sette anni, la nipote dell’uomo, oggi 41enne, è stata prosciolta dalle gravi imputazioni di truffa e circonvenzione di incapace per cui è finita a giudizio.
Durante il processo è emerso che dopo la denuncia, lo zio, prima di perdere la lucidità e finire ricoverato in una struttura sanitaria, avrebbe perdonato la nipote, rimettendo la querela. Ciononostante il procedimento è andato avanti lo stesso perché data l’entità della somma nonché l’aggravante del vincolo di parentela con la parte offesa i reati contestati erano perseguibili d’ufficio.
L’imputata, come detto residente a Viterbo e difesa dall’avvocato Francesca Bufalini, nel 2018 fu denunciata a piede libero dai carabinieri della stazione di Bolsena. Lo zio, nel frattempo non più in buone condizioni di salute, non è mai stato ascoltato al processo.
L’anziano, secondo quanto emerso dalle testimonianza, ai tempi apparentemente in sé, curato e ben vestito, si sarebbe recato in tabaccheria ogni volta che prendeva la pensione, ricaricando la carta PostePay della nipote, la quale si sarebbe però presa cura dello zio, provvedendo anche alle necessità pratiche, come fargli la spesa e pagare le bollette.
Negli ultimi anni, inoltre, l’ultraottantenne si sarebbe trasferito nel capoluogo, a casa della nipote, che lo avrebbe accudito fino al ricovero in una struttura.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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