Viterbo – (sil.co.) – Madre, residente in un centro della Maremma laziale, il 17 marzo dell’anno scorso, poco più che trentenne, ha trovato il coraggio di denunciare per maltrattamenti in famiglia il compagno con cui conviveva da 17 anni e chiedere aiuto a un centro antiviolenza grazie al quale ha potuto cambiare vita, trasferendosi con la numerosa prole in una struttura protetta dove risiede tuttora.
Violenza – Immagine di repertorio
Il processo col giudizio immediato a carico dell’uomo, tuttora sottoposto alla doppia misura cautelare dell’allontanamento e del divieto di avvicinamento alla parte offesa, è entrato nel vivo ieri davanti al collegio del tribunale di Viterbo con la deposizione della ex.
La convivenza della coppia sarebbe degenerata già a partire dal 2016. “Beveva ogni giorno, tornava a casa quando gli pareva di notte ed era sempre ubriaco. Prendeva a insultarmi e mi metteva le mani addosso”, ha spiegato la vittima, una 35enne d’origine romena, come l’imputato, un muratore che finito di lavorare sarebbe andato direttamente al bar con gli amici. “Io ero sempre a casa da sola con i bambini e se dicevo qualcosa mi urlava che comandava lui e che mi doveva dire cosa faceva e dove andava”, ha proseguito la giovane mamma.
Il pubblico ministero Michele Adragna le ha chiesto di raccontare in aula alcuni degli episodi più agghiaccianti della convivenza. “Una volta, nel 2019, è tornato ubriaco alle due di notte e pretendeva che gli servissi la cena, siccome gli ho detto di no, mi ha dato un cazzotto in faccia, al che io per scappare mi sono buttata dalla finestra, finendo in ospedale. Mi hanno soccorsa i carabinieri”.
Poi ci sono gli episodi di violenza sfociati nella querela del 17 marzo 2023, avvenuti dopo che la compagna era stata ricoverata per un mese all’ospedale di Belcolle.
“Era mattina e lui era andato a prendere un caffè al bar con un amico, al ritorno voleva che gli consegnassi il mio cellulare e per essere più convincente ha preso a minacciarmi davanti a tre dei nostri figli con un martello, mentre gli altri due erano a scuola. Io avevo la piccola in braccio e lui puntava il martello verso la mia testa, me lo sbatteva piano piano ma con fare minaccioso sulle ginocchia e sui piedi”.
“Ho ritirato le prime due denunce, una perché mi ha chiesto perdono e l’altra perché si era impegnato a farmi andare a lavorare in un’altra regione presso una cugina mentre lui avrebbe tenuto i figli. Ma non appena ho ritirato la denuncia me lo ha impedito e tutto è tornato come prima, insulti e botte davanti ai bambini”, ha proseguito.
“Un’altra volta mi ha inseguita brandendo un’accetta in mano e urlando ‘ti spacco in due’, mentre io scappavo disperata, sempre con la bimba piccola in braccio”, ha continuato, parlando di una escalation di violenza che l’ha fatta temere per la sua vita e per quella dei figli.
“Era geloso in maniera ossessiva, voleva avere il controllo totale su di me, minacciava di diffamarmi tramite social e in effetti ha inviato delle foto intime mie a mio fratello e mia sorella”, ha detto. “Dopo la terza denuncia sono andata in pullman a a fare una visita di controllo dopo il ricovero a Belcolle, mentre lui mi chiamava in continuazione. Mi diceva ‘vado in galera con la tua testa in mano’. Allora ho chiamato il centro antiviolenza dicendo che sarei andata e sono rimasta al centro antiviolenza”.
Al termine dell’udienza la difesa ha chiesto la revoca della misura cautelare cui è sottoposto l’imputato, ma la vittima, che si è costituita parte civile al processo, ha detto no, spiegando di temere tuttora per la sua incolumità. Il tribunale , rinviando a gennaio dell’anno prossimo, si è riservato.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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