Viterbo – (sil.co.) – Dopo anni di calvario, lo scorso 21 agosto una settantenne si è decisa a denunciare ai carabinieri per maltrattamenti il figlio cinquantenne che l’aveva picchiata facendola finire in ospedale, accusandola di avere buttato via una scheda telefonica che invece aveva smarrito lui. “Prima di denunciarlo, ho chiesto aiuto a carabinieri, asl, sindaco e assistenti sociali. Non potevo più vivere in quel modo, avendo il terrore giorno e notte delle sue sfuriate. Una madre che deve fare?”, ha detto ieri in tribunale alla prima udienza testi del processo col giudizio immediato. Imputato di maltrattamenti in famiglia un cinquantenne. Droga e alcol non c’entrano.
Violenza sulle donne – foto di repertorio
L’imputato è stato colpito dalla misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento alla madre. La donna, che dalla scorsa estate non sa dove viva il figlio, ha testimoniato come parte offesa al processo col giudizio immediato, entrato nel vivo davanti al giudice Jacopo Rocchi.
Droga e alcol non c’entrano, come appurato subito dai giudici, bensì problemi “comportamentali” e di “salute”, che la madre non è riuscita a condividere con le istituzioni.
“Mio figlio urla, lancia oggetti, rompe tutto. E poi cade. È caduto tante volte, ha preso tante botte alla testa, messo tante volte i punti. Qualche anno fa è caduto dalla bicicletta, si è rotto la testa ed è stato operato. Finisce spesso al pronto soccorso e io ogni volta gli dicevo di tenerlo, di guardargli dentro la testa per capire se è solo sbadato o c’è altro, invece ogni volta me lo rimandavano a casa, dicendo che se lui non vuole…”.
“Dicevano ‘se lui non vuole’ anche i carabinieri quando li chiamavo, ed anche il pronto soccorso, il sindaco e gli assistenti sociali del nostro paese. Ho chiesto aiuto a tutti, poi non ce l’ho fatta più e l’estate scorsa ho sporto denuncia. Io non voglio il suo male, voglio il suo bene. Ma cosa dovevo fare? Forse potrà fare qualcosa il giudice”, ha detto.
Il figlio, come confermato in aula anche dalla sorella, non sarebbe stato più lo stesso dalla morte del padre, risalente a quasi venti anni fa. “Non gli andava bene niente, non riusciva a tenersi un lavoro. Non contribuiva alla gestione della casa in alcun modo, né economico, né materiale. Si parlava poco e quel poco urlava”, ha spiegato la mamma.
“A volte stava fuori giorni e io non sapevo dove, se glielo chiedevo mi rispondeva ‘che ti importa’. Non voleva che gli toccassi la camera, neanche per pulire, diceva che gli perdevo la roba. Tre-quattro anni fa, mi ha dato uno schiaffo e ho chiamato i carabinieri. È stato portato al pronto soccorso e poi come sempre me lo hanno rimandato a casa. E io tutte le volte a dire ‘non me lo rimandate a casa, curatelo, è nervoso'”.
“L’unica era lasciarlo sfogare. Ma negli ultimi tempi la situazione è peggiorata. Ha preso a dirmi ‘non capisci niente, sei una pazza’. Gli dicevo ‘devi andare dal dottore’ e lui replicava ‘no, ci devi andare tu’. Fino ad agosto quando alle urla e al lancio di oggetti, si sono aggiunti schiaffi e spintoni, facendomi finire in ospedale”.
Una escalation di violenza da parte del figlio nei confronti della madre, che si è concluso per entrambi nel peggiore dei modi. Il processo riprenderà in autunno.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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