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Baby squillo a San Faustino, sfruttatore si difende: “Mai preso un centesimo, io ero innamorato”

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Viterbo - Controlli dei carabinieri nel centro storico - Piazza San Faustino

Viterbo – Carabinieri in piazza San Faustino – foto di repertorio


Viterbo – (sil.co.) – Baby squillo a San Faustino a due passi dalla chiesa della Trinità, nega di essere uno degli aguzzini il 45enne romeno I.F.: “Io ero innamorato di una di loro”.

Fu arrestato il 17 maggio 2015 dai carabinieri nel blitz dell’operazione Libertà, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione anche minorile, assieme a una coppia di connazionali. Insieme ai complici, coi quali si apprestava a scappare il giorno dopo in Romania, avrebbe gestito due case d’appuntamento a Viterbo e Terni facendo prostituire due ragazze.

Una appena maggiorenne e una 17enne che secondo l’accusa iniziale sarebbe stata nipote della donna della coppia. 


Viterbo - Operazione Libertà - L'arrestato F.I.

Operazione Libertà – L’imputato I.F.


“Io ero innamorato di una delle ragazze, non ho mai preso un centesimo, semmai i soldi me li levavano”, ha detto ieri, sentito per la prima volta dopo oltre nove anni dai giudici del collegio, davanti ai quali è stato interrogato dalla pm Paola Conti titolare a suo tempo delle indagini e dal difensore Luigi Mancini. 

Marito e moglie, condannati in primo grado rispettivamente a 9 anni e a 7 anni di reclusione col rito abbreviato nel marzo 2016, sono stati condannati in appello a 3 anni e otto mesi e 3 anni e quattro mesi col solo obbligo di firma a marzo 2017. Il 45enne, secondo l’accusa, si sarebbe occupato di marketing e logistica. 

Ha anche negato di essere residente nell’appartamento a luci rosse di via delle Mura, nonostante gli atti del Comune dicano il contrario. E i presunti soldi provento del business del meretricio di cui avrebbe parlato al telefono con la coppia, mentre era intercettato, “erano soldi miei, quelli che mi spillavano sapendo che ero innamorato di una delle ragazze”. 

La coppia gli avrebbe presentato a inizio 2015 una delle squillo: “Mi disse che era venuta in Italia per trovare lavoro e abbiamo cominciato a frequentarci, diventando più intimi dopo 3-4 settimane. Quando ho scoperto che si prostituiva, ero ormai completamente cotto di lei”. 

Una vittima, insomma, nonostante sembrino inchiodarlo i contenuti delle telefonate scambiate nella primavera del 2015 con i presunti sfruttatori e la coppia di baby squillo che in quei giorni prestavano “servizio” a Viterbo, di cui ha parlato diffusamente il maresciallo Piergiorgio Scoparo, attualmente comandante della stazione carabinieri di Bolsena. 

Un business da decine di clienti al giorno. Il prezzo delle prestazioni sessuali variava dai 50 ai 200 euro. Con possibilità del più costoso servizio a domicilio, se il cliente lo richiedeva.

Secondo l’accusa avrebbe accompagnato una prostituta da un cliente che voleva la prestazione a Montefiascone, avrebbe sollecitato le ragazze a fare presto se c’erano clienti in attesa (“muoviti che c’è uno sotto” o “se non ti sbrighi, salgo e meno te e lui”), avrebbe dato disposizioni sul tipo di rapporto da consumare (“sesso orale”), si sarebbe spaventato scoprendo di essere stato fotografato dagli investigatori che lo seguivano. 

“Ero preoccupato per me perché io non c’entravo e per la ragazza di cui ero innamorato, che magari scoprissero che faceva qualcosa di illegale, per questo l’ho avvisata al telefono, dicendole di stare attenta”, ha spiegato il 45enne, sollecitato dalla difesa, fornendo la sua spiegazione. 

L’avvocato Mancini ha fatto notare come all’epoca il suo assistito facesse l’operaio, non avesse la macchina e non conducesse una vita agiata.

Al termine dell’udienza il processo è stato rinviato al 22 ottobre per la discussione e la sentenza.


Luigi Mancini

Il difensore Luigi Mancini


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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