Viterbo – (sil.co.) – Figlio nella morsa degli strozzini, la madre: “Sono venuti a cercare me al mercato, pretendendo i soldi”. In tribunale la controversa testimonianza di un viterbese presunta vittima di usura che avrebbe visto un prestito di 10mila euro diventare un debito di 40mila: 30mila euro di interessi in due anni. In lacrime la mamma, che fino all’ultimo sarebbe stata all’oscuro dei guai del figlio.
Hanno indagato carabinieri e guardia di finanza
Parte civile un 47enne del capoluogo che sette anni fa, il 6 maggio 2017, fece arrestare in flagranza dai carabinieri a Valle Faul, durante uno scambio di denaro, ovvero 500 euro in banconote “segnate”, il presunto strozzino, che sarebbe arrivato a estorcergli fino a 250 euro per ogni giorno di ritardo. le indagini sono state condotte da carabinieri e guardia di finanza.
In manette finì un trentenne di Vetralla, conosciuto un paio di anni prima, quando il 47enne aveva eseguito dei lavori di giardinaggio a casa del padre, anche lui imputato assieme alla compagna nel processo ripreso ieri con la deposizione della vittima davanti al collegio presieduto dal giudice Francesco Oddi. Avrebbe ricevuto un prestito di diecimila euro per comprarsi un’Audi A4, che poi lo strozzino si sarebbe ripreso indietro tramite una vendita fittizia per 500 euro.
A casa dell’imputato furono sequestrati una scacciacani, un tablet, un notebook, alcuni appunti e due cellulari pieni zeppi di messaggi dal tenore inequivocabile.
Toccante la testimonianza in lacrime della madre della parte offesa, una coltivatrice diretta settantenne che vende frutta e verdura ai mercati rionali, che avrebbe dato al figlio decine di migliaia di euro pensando che fossero per pagare cartelle esattoriali e debiti col tribunale di Viterbo, versandogli ogni mese i soldi della pensione del marito e di uno zio, tutto il ricavato del suo lavoro di ambulante e prendendo perfino prestiti presso banche e finanziarie.
Fino al 20 aprile 2017: “Quel giorno vennero al mercato del Carmine dove avevo il banco due individui che mi spaventarono a morte, obbligandomi a salire sul mio furgone e mostrandomi un video di mio figlio che firmava cambiali e diceva che se non poteva farlo lui avrei pagato io”. In un paio di anni, dal 2015, il 47enne avrebbe versato agli usurai oltre centomila euro, a suo dire partendo da un debito di circa diecimila euro per l’acquisto di un’Audi bianca che gli sarebbe servita per andare a fare il benzinaio presso un distributore di Bolsena.
A quel punto però si è scatenata la difesa, rivelando che la presunta vittima fu cacciata dal posto di lavoro al distributore perché si appropriava degli incassi e che lo stesso si sarebbe fatto dare dagli imputati, a partire da gennaio 2015, soldi mai restituiti non per una sola vettura, ma anche per altre tre, tra cui una Mitsubishi Pajero, una Jeep e una Mercedes Classe A. Circostanze che la parte offesa, sentita lungamente dalla pm Aurora Mariotti, dalla difesa e dallo stesso collegio, non è stato in grado di chiarire.
Si torna in aula a febbraio per sentire ulteriori quattro testimoni dell’accusa.
Articoli: “Filmato al parcheggio di porta Faul l’ultimo incontro con la vittima…” – Presta 10mila euro e ne rivuole 40mila, usuraio resta ai domiciliari – Perseguita uomo per due anni, arrestato usuraio
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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