Viterbo – (sil.co.) – Finisce davanti al giudice la tormentata relazione tra un giostraio e la compagna, durata tra alti e bassi oltre trenta anni e finita nel peggiore dei modi il 5 maggio 2021 quando la donna, dopo essere finita al pronto soccorso per suturare un taglio a una mano, è andata in caserma e lo ha denunciato ai carabinieri.
Ieri l’uomo è stato condannato in primo grado dal giudice Jacopo Rocchi a tre anni e mezzo di reclusione per maltrattamenti in famiglia nonché al risarcimento dei danni in sede civile, riconoscendo una provvisionale di tremila euro alla vittima, parte civile con l’avvocato Domenico Gorziglia. L’accusa aveva chiesto tre anni di reclusione, la difesa l’assoluzione.
I fatti al centro del processo vanno dal 2018 al 2021. L’ultima lite, finita nel sangue, è avvenuta all’interno della cucina-salone di una delle roulotte-caravan della famiglia di giostrai, alla presenza della figlia della coppia e della sorella dell’imputato, la cui ex compagna si sarebbe difesa dall’aggressione sferrandogli una padellata, dopo di che è scappata senza fare più ritorno, cercando rifugio dalla madre, recandosi in ospedale e querelando l’uomo.
Nonostante la vittima abbia rimesso la querela per il violento episodio del 5 maggio di quattro anni fa – motivo per cui l’imputato è stato sottoposto prima al divieto di avvicinamento, quindi agli arresti domiciliari per avere violato la misura – il processo è andato avanti lo stesso e ieri è arrivata la condanna a tre anni e mezzo di reclusione.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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