Viterbo – (sil.co.) – Otto mesi per stalking col riconoscimento del parziale vizio di mente e revoca del divieto di avvicinamento cui era sottoposto da quasi tre anni.
Si è chiuso, martedì davanti al giudice Giovanna Camillo, il processo scaturito dal calvario di una sessantenne che tra agosto 2021 e aprile 2022, dopo la separazione, sarebbe stata costretta a temere per la propria vita a causa di un ex marito violento, alcolista e ludopatico.
L’uomo, cui è stato riconosciuto il parziale vizio di mente, è stato condannato a otto mesi di reclusione per stalking con sospensione della pena e non menzione. Dopo quasi tre anni, inoltre, gli è stata revocata la misura cautelare del divieto di avvicinamento, che gli era stata applicata dal gip del tribunale di Viterbo il 6 maggio 2022.
Nonostante il ricovero in una struttura, infatti, era tuttora sottoposto al divieto di avvicinamento, chiesto dalla pm Paola Conti, titolare del delicato fascicolo.
“Sono terrorizzata all’idea che possano dimetterlo e che me lo debba ritrovare sotto casa”, ha detto in aula al giudice la ex moglie, lo scorso 24 ottobre, temendo il venir meno della misura cautelare, riepilogando in poche parole oltre trenta anni di convivenza col marito e con l’alcol.
“Devo ringraziare i carabinieri del piccolo centro dove vivo, perché non mi hanno mai lasciata sola, mi hanno fatta sempre sentire protetta. Una volta che lui mi ha seguita alle poste e io non me ne ero accorta, lo hanno trovato appostato nel parcheggio e mandato via perché era già sottoposto ad allontanamento. Senza che neanche dovessi chiamarli. Non so come avrei fatto senza di loro. Bravi, bravi sempre”, ha sottolineato la donna.
L’ex marito è difeso dall’avvocato Vincenzo Dionisi. Quando nell’estate di quattro anni fa la moglie, esasperata, ha deciso di separarsi, non avrebbe voluto saperne di chiudere e doversi trovare un’altra casa. Dopo essere stato per alcuni mesi a Villa Rosa e avere dormito un mese in macchina, per poco non ci avrebbe lasciato le penne, a forza di stordirsi con farmaci e alcol. Un declino inesorabile che nemmeno i figli, che non gli hanno comunque mai voltato le spalle, sono riusciti ad arrestare. “È finito a Belcolle in psichiatria e poi da un paio di anni in una Rsa della provincia. Beveva e si impasticcava, gli è stato assegnato un amministratore di sostegno”, ha spiegato il difensore Dionisi.
“Mio figlio avrà avuto tre anni, era il ’96 o il ’97… se l’è portato al bar e si è ubriacato, poi per fare a botte l’ha messo in braccio alla barista. Qualche anno fa abbiamo fatto un incidente perché si era messo alla guida dopo avere preso il caffè corretto. Perdeva il lavoro in continuazione, era anche bravo, ma si addormentava vicino alla bottiglia vuota, litigava con la gente, durava due-tre mesi e lo licenziavano, tutte le volte”.
È finita nel peggiore dei modi: “Per sfuggire alla sua persecuzione, dopo la separazione, ho dovuto lasciare il lavoro presso una struttura alberghiera sul lago di Bolsena, dove era riuscito a rintracciarmi, e anche cambiare casa, portando con me mia madre ultraottantenne e invalida, perché me lo trovavo sempre sotto, facendomi scortare ovunque da mia figlia o dal fidanzato per paura di trovarmelo davanti”.
– Lascia il marito devastato da gioco e alcol, ma lui la tormenta: “Devo ringraziare i carabinieri… “
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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