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Tribunale - Era indagato per sfruttamento del lavoro e riduzione in schiavitù - Vittima un operaio agricolo albanese - Caso archiviato dopo un anno

Bracciante s’impicca a un albero a Capodanno, non fu colpa del datore di lavoro

di Silvana Cortignani
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Ambulanza del 118, carabinieri, vigili del fuoco - Foto d'archivio

Ambulanza del 118, carabinieri, vigili del fuoco – Foto d’archivio

Il pm Flavio Serracchiani

Il pm Flavio Serracchiani

L'avvocato Giovanni Bartoletti

L’avvocato Giovanni Bartoletti


Bagnoregio – Non si presentò al lavoro e fu trovato impiccato a un albero nelle campagne della frazione di Vetriolo. Ma nessuna colpa ebbe il datore di lavoro, che non lo sfruttava e non indusse il bracciante agricolo al suicidio. 

La tragedia è avvenuta nel territorio del comune di Bagnoregio tra il 2 e il 3 gennaio 2024, il martedì dopo Capodanno.

Vittima un operaio agricolo albanese, Cobo Kujtim, che avrebbe compiuto 56 anni il successivo mese di febbraio, per la cui drammatica scomparsa è finito indagato per istigazione al suicidio e sfruttamento della manodopera il datore di lavoro, la cui posizione è stata archiviata a inizio marzo dal tribunale su richiesta del pm Flavio Serracchiani, nonostante l’opposizione del figlio  26enne residente in Albania, pronto a costituirsi parte civile in caso di processo.

Del padre si erano perse le tracce nel pomeriggio di martedì 2 gennaio dell’anno scorso. A lanciare l’allarme sarebbe stato proprio il titolare dell’azienda agricola per cui lavorava, difeso dall’avvocato Giovanni Bartoletti, che non lo aveva visto presentarsi al turno.

Nella tarda serata di mercoledì 3 gennaio 2024 la tragica scoperta del cadavere, dopo ore di ricerche da parte di carabinieri e vigili del fuoco. Sul posto si precipitarono i sanitari del 118 che non poterono fare altro che constatare il decesso.

Le indagini sfociate nell’archiviazione del procedimento penale avevano lo scopo di chiarire se il 55enne fosse stato spinto al tragico gesto di togliersi la vita impiccandosi a un albero in quanto vittima di sfruttamento e del gravissimo reato di riduzione in schiavitù, punibile con pene fino a 20 anni di reclusione.

Si era parlato, nella prima fase delle indagini, di 16 ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette senza riposo settimanale, dalle ore 5 alle 21 nel periodo invernale e dalle 5 a mezzanotte nel periodo estivo.

Ma in base ai successivi riscontri, il datore di lavoro non avrebbe fatto leva sulla necessità di avere un lavoro, un tetto dove vivere e del cibo. Insomma, nessuno sfruttamento.

“La condotta posta in essere dal datore di lavoro di Cobo Kujtim non appare idonea ad integrare il reato di cui sopra, in particolare per l’assenza di indizi non equivoci circa la sussistenza dei prescritti indici di sfruttamento previsti dalla fattispecie incriminatrice. Parimenti, deve escludersi che il Cobo versasse in condizioni di bisogno, ulteriore elemento necessario ad integrare la fattispecie”, si legge nelle motivazioni della richiesta di archiviazione. 

In conclusione, quindi, il datore non avrebbe  approfittato dello stato di bisogno, costringendo l’albanese a lavorare in condizioni disumane e a situazioni alloggiative degradanti né lo avrebbe esposto a situazioni di grave pericolo per la sua incolumità, limitandone la volontà e inducendolo ad accettare condizioni particolarmente svantaggiose.

Resta la certezza che al momento della partenza dall’Albania per l’Italia il 55enne avesse la speranza di un futuro migliore per sé e per la propria famiglia rispetto a quello che avrebbe potuto ottenere nel suo paese d’origine.

Silvana Cortignani


Articoli: Non si è presentato al lavoro ed è stato trovato impiccato – Uomo trovato impiccato a un albero


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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1 aprile, 2025

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