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Tribunale - In aula la testimonianza di un'amica e del figlio maggiore dell'ennesima vittima di maltrattamenti in famiglia

Spinta giù dalle scale e schiaffeggiata, marito a processo

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Viterbo – (sil.co.) – Spinta giù dalle scale dal marito mentre teneva in mano il mocio per pulire i pavimenti, è stata poi colpita con uno schiaffo in faccia che le ha fatto un occhio nero per diversi giorni. Scenario un paese affacciato sul lago di Bolsena. Era novembre del 2023 e lei è andata lo stesso in palestra, coprendo il livido col correttore, anche se una sua amica se ne è accorta. 


Carabinieri - Lago di Bolsena

Carabinieri – Lago di Bolsena


“Mi ha detto cosa era successo e anche che il marito minacciava di tornarsene in patria portandole via i due figli, il ventenne che aveva adottato e il piccolo di dieci anni che avevano avuto insieme”, ha confermato mercoledì l’amica al giudice Giacomo Autizi, durante l’ultima udienza del processo col giudizio immediato all’uomo, sottoposto a febbraio dell’anno scorso alla doppia misura cautelare dell’allontanamento e del divieto di avvicinamento alla parte offesa. 

In aula anche il figlio maggiore della coppia, che ha confermato la reciproca animosità dei genitori. “Le liti erano all’ordine del giorno, ma non ho mai assistito ad aggressioni, anche se il clima in famiglia era pesante perché la mamma lamentava maltrattamenti psicologici. Le dava sempre della matta, della pazza, della rincoglionita. Anche davanti a mio fratello piccolo. Il giorno che l’ha spinta giù dalle scale io non ero in casa, ma quando sono rientrato ho visto l’occhio nero, che è durato per diversi giorni”.

Il ventenne era invece a casa dei nonni materni la sera dell’11 febbraio 2024 quando il padre voleva a tutti i costi entrare nell’abitazione per parlare con la ex moglie. “Il babbo – ha detto – si è presentato all’uscio in stato di alterazione, con una mano ferita, chiedendomi di aiutarlo a medicarla, ma quando sono risceso con bende e acqua ossigenata è riuscito a infilarsi nel portone, rifiutandosi di uscire davanti a mio fratello e allo zio. Mi provocava dicendomi ‘picchiami, dai, picchiami’, sapendo che io due giorni dopo avevo un concorso importante e che se mi fossi messo nei guai, non mi sarei potuto presentare. Così l’ho bloccato prima che finisse male, senza violenza, ma l’ho bloccato”. Sul posto i carabinieri. 

Un ragazzo d’oro, che non solo ha sempre chiamato “babbo” il genitore adottivo durante la testimonianza, nonostante la brutta fine del matrimonio con la madre, ma ha anche spiegato di avere sempre lavorato, fin da quando aveva 16 anni, per sostenere economicamente lui e la famiglia. “Da minorenne facevo il manovale nei cantieri di mio padre, poi il cameriere. Nel 2020, durante la pandemia, gli ho prestato tutti i miei risparmi, 1500 euro che non mi ha mai ridato. Le difficoltà economiche degli ultimi anni hanno acuito le liti tra i miei genitori”. 

Il processo riprenderà a giugno. L’imputato è difeso dall’avvocato Simona Bellezza. La ex si è costituita parte civile con l’avvocato Barbara Marzoli. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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25 aprile, 2025

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