Viterbo – (sil.co.) – Presunta violenza sessuale in clinica, davanti al collegio il delicatissimo caso di una coppia di giovani entrambi ricoverati presso il reparto psichiatrico di una struttura sanitaria del capoluogo.
Violenza – immagine di repertorio
Dopo una “amicizia” nata solo pochi giorni prima, quando lei è stata ricoverata presso la stessa casa di cura, la donna, una ventenne, ha denunciato l’uomo, un trentenne, per presunti abusi che avrebbe perpetrato ai suoi danni la sera del 28 settembre 2019.
L’imputato, difeso dall’avvocato Luigi Sini, non era presente in aula all’interrogatorio della presunta parte offesa, parte civile con l’avvocato Domenico Gorziglia.
“Mi ha portata in camera sua dopo di che mi ha baciato più volte sulla bocca a stampo quindi mi si è messo a cavalcioni sopra, sul suo letto, compiendo atti sessuali che io non volevo. Io sono rimasta bloccata, volevo urlare ma non ci riuscivo”, ha raccontato in aula, spiegando come la stanza fosse una delle due sole camere singole del reparto, dove si trovava anche la sua camera doppia.
“Con lui avevamo fatto amicizia, avendo più o meno la stessa età, mentre gli altri pazienti erano tutti anziani. Mangiavamo vicini, prendevamo il caffè, fumavano una sigaretta insieme e chiacchieravamo – ha proseguito – mi aiutava anche a studiare e quella sera, siccome c’era della tristezza, mi ha invitata in camera sua per leggere e giocare a carte”.
Dopo qualche minuto dalla presunta aggressione, sarebbe riuscita a fuggire nel corridoio del reparto della casa di cura e chiedere aiuto, chiamando il medico curante e i genitori. “La sera stessa sono stata dimessa e sono tornata a casa”, ha proseguito la giovane, ammettendo di avere tentato plurime volte di fuggire dalla struttura durante una settimana e poco più di ricovero.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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