Viterbo – I trucchi usati dalla banda dei cubani ai Cappuccini per derubare tre persone in meno di un’ora, la mattina dello scorso 17 dicembre, dalla finta telefonata della mamma agli occhiali caduti per terra. Sono i tre cubani arrestati in flagranza dai carabinieri, due uomini e una donna, i primi due tuttora detenuti nel carcere Nicandro Izzo di Viterbo e a processo col giudizio immediato davanti al giudice Jacopo Rocchi.
Carabinieri – Un arresto – Immagine di repertorio
Il trucco della finta telefonata
Il terzetto è entrato in azione muovendosi a bordo di una Panda grigia. Tra le vittime l’edicolante di piazza Crispi, fatta uscire dal chiosco dalla sudamericana con la scusa di indicarle l’oggetto che voleva acquistare, collocato sul retro. “Una donna di giovane età, circa 20-25 anni, di carnagione scura, capelli scuri raccolti, corpulenta ed indossava degli abiti blu”, avrebbe spiegato la vittima. “Appena arrivata in prossimità dell’edicola parlando una lingua latina, proferiva testuali parole ‘aqui…aqui’ indicandomi un articolo che si trovava esposto fuori dall’edicola stessa. Avevo quindi pensato che fosse interessata al suo acquisto”.
Una volta all’esterno, la donna le avrebbe fatto capire, sempre in spagnolo, di essere interessata anche ad altri articoli. “Ma improvvisamente prendeva il telefono e sentivo che diceva ‘mamma…mamma’ poi, rivolgendosi verso di me mi diceva ‘torno dopo!’ ed a passo svelto si dileguava in direzione del vicino bar”. Rientrata nell’edicola la donna si è accorta che dal cassetto mancava il portafoglio con i soldi dell’incasso giornaliero, per un ammanco totale di circa 300 euro.
Il trucco degli occhiali per terra
Due furti riusciti e uno tentato, ma solo perché la vittima se ne è accorta in tempo e ha urlato. Si tratta di una automobilista intercettata verso le 11,30 in via del Murialdo, angolo via Caprini, che si è salvata urlando dal furto della borsa che aveva in macchina, dopo essere stata distratta da un uomo che le ha bussato al finestrino con la scusa che le erano caduti gli occhiali.
“Sono scesa dalla macchina per riprenderli, accorgendomi che non erano i miei”, ha spiegato. “Nel mentre ho udito aprirsi lo sportello lato passeggero, vedendo chiaramente in viso un altro soggetto di sesso maschile con la carnagione olivastra che afferrava la mia borsa appoggiata sul sedile”. Senza perdersi d’animo gli avrebbe urlato “lascia la mia borsa maledetto”, mentre la coppia di cubani, davanti a numerosi testimoni, se la dava a gambe a bordo della stessa Panda di colore grigio indicata anche dall’edicolante, in direzione piazza dell’Orticara.
La cattura da parte dei carabinieri
Una volta scattato l’allarme, i carabinieri hanno intercettato uno dei banditi mentre lanciava qualcosa sotto un veicolo parcheggiato lungo via Monte Nevoso per poi darsi alla fuga in direzione di via Monte Bianco, subito bloccato da un appuntato. Sotto la macchina aveva tirato il bancomat della terza vittima, il padre di una negoziante di via Vicenza, cui sono stati prelevati presso la vicina banca 1250 euro. Nel frattempo i militari avevano rintracciato la Panda con a bordo gli altri due complici. Sembra che si fossero già spartiti il bottino, nascosto nelle rispettive tasche.
Risarcite due vittime su tre
Difesi dall’avvocato Massimo Titi del foro di Roma e scortati dalla polizia penitenziaria del carcere Nicandro Izzo, i due uomini sono comparsi mercoledì davanti al giudice Jacopo Rocchi che ha accolto la richiesta di procedere col giudizio abbreviato che in caso di condanna prevede lo sconto di un terzo della pena. Due delle tre parti offese, nel frattempo, hanno accettato un risarcimento di mille euro ciascuno e rimesso la querela, mentre il vaglia per la terza parte offesa, non rintracciata, è stato consegnato dal difensore al giudice.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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