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Viterbo – (sil.co.) – Confermata ieri dalla corte di appello di Roma anche in secondo grado la condanna a cinque anni di carcere per maltrattamenti pluriaggravati del 38enne che minacciava di morte la ex e il suocero dicendogli “io so’ alto criminal, io ti ammazzo”.
Agghiacciante, durante il processo di primo grado che si è concluso lo scorso 24 settembre davanti al collegio del tribunale di Viterbo, la testimonianza tra le lacrime della giovanissima ex, una 32enne parte civile con l’avvocato Giuseppe Picchiarelli.
“Me lo sono trovato in cucina, dove è entrato dalla finestra arrampicandosi dal balcone”, ha detto dell’imputato, colpito da divieto di avvicinamento e accusato anche di violazione di domicilio. “Vivo reclusa in casa, nonostante il caldo durante l’estate tenevo le finestre serrate per paura di trovarmelo dentro, vado a buttare l’immondizia finché c’è luce perché ho il terrore di trovarlo appostato al buio, sono sicura solo al lavoro perché lì ci sono le telecamere”, ha proseguito.
Tra i particolari che hanno gelato l’aula, la “visita ginecologica”. “Quando rientravo dal lavoro, mi obbligava a sdraiarmi con le gambe aperte sul letto per vedere se avessi fatto sesso con altri, diceva che guardando lo avrebbe capito”, ha spiegato col groppo in gola.
Non ha neanche riconosciuto il figlioletto. “Il giorno che dovevamo andare in comune non si è presentato all’appuntamento e non mi ha mai dato un euro di mantenimento per il bambino”, ha aggiunto.
Evitando di entrare negli ulteriori raccapriccianti particolari raccontati dalla vittima, il processo di primo grado si è concluso con la condanna a 5 anni di reclusione, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’interruzione e sospensione della potestà genitoriale per la durata della pena, una provvisionale di cinquemila euro alla parte offesa e il pagamento delle spese di costituzione di parte civile.
Ieri la sentenza è stata confermata in appello.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


