Civita Castellana – (sil.co.) – “Mi ha picchiata quando ero incinta di 18 settimane ed ero al volante”, ha denunciato un anno fa ai carabinieri. La macchina era quella che li stava riconducendo verso il centro dei Cimini dove la coppia viveva con la figlia di primo letto della presunta vittima, una bambina di dieci anni che avrebbe saputo dalla stessa madre dei ripetuti pestaggi da parte del patrigno. Secondo la donna, il compagno sarebbe stato incline all’alcol e al gioco d’azzardo. Ma ieri ha negato tutto. Pure che quel pestaggio in auto era perché aveva perso 140 euro alle slot machine.
Carabinieri e 118
Era il 21 giugno dell’anno scorso quando la donna, col viso ridotto a una maschera di sangue, sarebbe riuscita a fermarsi nel centro abitato, chiedendo aiuto a un uomo che passava in motorino. Il compagno, un connazionale con precedenti, l’avrebbe poi costretta a risalire in auto, mettendosi lui alla guida e trascinandola a casa, dove l’avrebbe minacciata di morte: “Se arrivano i carabinieri, prima ammazzo te e poi mi ammazzo”.
Arrivati i carabinieri col 118, la donna, una 35 enne, è stata condotta al pronto soccorso dell’ospedale Santa Rosa di Viterbo, dove è stata medicata con una prognosi di 15 giorni, mentre il compagno, con cui conviveva da soli cinque mesi, è stato arrestato, allontanato ed è finito a processo per maltrattamenti aggravati col giudizio immediato.
Ieri l’udienza dedicata alla testimonianza della parte offesa che però, nel frattempo, ha rimesso la querela, guarda caso lo scorso settembre il giorno prima dell’udienza davanti al tribunale di sorveglianza per la liberazione, nonostante facendolo abbia riferito ai carabinieri che aveva subito pressioni dal compagno in carcere e anche dai suoi genitori.
La prossima volta sulle presunte pressioni sarà sentito il carabiniere che ha raccolto lo sfogo e la remissione di querela.
A novembre è nato il figlio che la parte offesa aveva in grembo quando è stata picchiata in macchina. “Ho rimesso la querela perché volevo che avesse entrambi i genitori, sia la mamma che il papà”, ha detto, sostenendo che in questi mesi l’hanno aiutata i genitori dell’imputato, tornato in libertà lo scorso aprile col divieto di avvicinamento rafforzato dal braccialetto elettronico.
A costo di rischiare di finire a processo per calunnia, la 35enne ha ritrattato tutte le accuse, liquidandole come “esagerazioni”, alla domande della pm Aurora Mariotti, che a sua volta ha chiesto un aggravamento della misura con gli arresti domiciliari, visto che la parte offesa si è addirittura presentata in tribunale senza la sua parte di braccialetto.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva
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