Viterbo – (sil.co.) – La Asl di Viterbo ha confermato ieri la ventilata revoca della costituzione di parte civile per farsi risarcire i danni avendo raggiunto un accordo transattivo mentre la difesa a fine udienza ha inteso di revocare i suoi testimoni.
“È emerso senza ombra di dubbio che ai pazienti dell’otorino le protesi acustiche servivano davvero”, torna a ribadire il difensore Giovanni Labate. Il medico avrebbe prescritto gli apparecchi con timbri e ricettari di colleghi dopo la pensione.
Sembra avere preso una buona piega per l’imputato il processo all’otorino Domenico Sacconi, andato in pensione sotto Covid, nel 2020, accusato di falso, truffa aggravata e peculato perché dopo il lockdown avrebbe usato timbri e ricettari di colleghi per prescrivere abusivamente protesi acustiche a pazienti veramente sordi, quindi aventi diritto al contributo del sistema sanitario.
Concetto ribadito più volte davanti al collegio e alla pm Aurora Mariotti dal difensore Giovanni Labate, durante l’audizione di ulteriori pazienti e di quattro tecnici audiometristi, due della Asl e due di ditte di protesi, i quali hanno chiarito l’effettiva necessità di apparecchi da parte di persone. sofferenti di ipoacusia e anche il periodo a cavallo del prima e post lockdown in cui sono avvenuti i fatti contestati al medico.
A sporgere denuncia, il 25 febbraio 2021, fu un altro otorino. In pratica l’imputato, che non avrebbe più potuto usare il suo timbro essendo in pensione, avrebbe continuato a predisporre le richieste da presentare alla Asl per le protesi acustiche apponendo i timbri di altri colleghi.
Subito dopo l’estate l’imputato potrà fornire al collegio la propria versione dei fatti ed è prevista anche la sentenza.
Articoli: “Timbri e ricettari non erano sottochiave, ma in luoghi accessibili agli altri medici” – Pazienti sordi ma richieste di protesi acustiche fasulle, otorino alla sbarra
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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