Viterbo – (sil.co.) – A processo per lesioni e stalking ai danni della ex compagna, si è detto vittima. “Era lei che mi aggrediva e mi graffiava, io avevo paura, non l’ho mai toccata”, ha affermato ieri al giudice Jacopo Rocchi un viterbese con precedenti, sottoposto ad amministrazione di sostegno “perché sono uno spendaccione”.
Ebbene la sua posizione si è aggravata dopo la condanna a un anno e undici mesi per lesioni, quando il giudice ha chiesto il rinvio degli atti relativi allo stalking alla procura, ipotizzando il reato di maltrattamenti aggravati dalla presenza della figlia minore, per cui rischia ora di finire a processo davanti al collegio e una ulteriore e distinta pesante condanna.
Fino a gennaio 2022 l’uomo, difeso dagli avvocati Emilio Lopoi e Cinzia Ruperto, è stato per un periodo detenuto in carcere. Il 30 maggio 2023 e il 19 maggio 2024 avrebbe aggredito l’ex compagna, alla presenza della figlioletta della coppia, affidata nel frattempo in via esclusiva alla madre che, ciononostante, a fronte dell’insistenza dell’uomo, aveva accettato di fargliela incontrare.
Nel 2023 era stato sottoposto ad allontanamento. A maggio dell’anno scorso, dopo avere trascorso insieme il pomeriggio e avere cenato tutti e tre nella casa di campagna dell’imputato, l’uomo avrebbe cercato di trattenere la vittima a forza nell’abitazione, facendola cadere da una sedia mentre teneva la bimba in braccio, procurandosi la frattura di un dito mignolo. Una leggerezza, accettare l’incontro, costata cara alla parte offesa, costretta a chiedere l’intervento della polizia.
È il motivo per cui il giudice lo ha condannato a un anno e 11 mesi di reclusione per il solo reato di lesioni, contro i tre anni per lesioni e stalking chiesti dall’accusa. Ma – colpo di scena – un attimo dopo il giudice ha informato le parti di avere riqualificato il reato di stalking in maltrattamenti in famiglia aggravati dalla presenza della figlia minore, rinviando gli atti alla procura perché si tratta di un reato da perseguire davanti al collegio.
Soddisfatta la legale di parte civile della vittima, Dominga Martines. “Il giudice, sentita la parte offesa, si è reso conto della estrema gravità delle condotte messe in atto dall’imputato, peraltro sottolineando come non siano da ritenere limitate al periodo in contestazione, ma da retrodatare alla fine del 2019, poco dopo l’inizio della convivenza”, il commento dell’avvocato, la quale ha ricordato come le indagini siano scattate in seguito a un codice rosso.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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