Civita Castellana – Figlie vittime di una madre tossicodipendente: “Siamo state picchiate e costrette a lasciare la scuola per lavorare al bar”. Hanno testimoniato ieri davanti al collegio le due figlie maggiori della donna di Civita Castellana finita a processo davanti al collegio con l’accusa di maltrattamenti aggravati in famiglia. È stata denunciata nel 2023 dall’ex marito dopo l’ennesimo brutale pestaggio della figlia maggiore. Era luglio di due anni fa: “Quel giorno mi ha anche tirato la candeggina in faccia”.
Il presidente del tribunale e del collegio, giudice Francesco Oddi
“La colpa non si può fare né all’uno, né all’altro. Papà era uguale a mamma, a parte che non ci picchiava, ma non ha mai mosso un dito per difenderci, non gli interessava cosa ci faceva. Ha sporto querela quando è stato praticamente obbligato dalle assistenti sociali”, hanno sottolineato più volte le due ragazze, di 17 e 19 anni, che chiamano i genitori per nome e non mamma e papà.
Entrambi tossicodipendenti, cui è stata sospesa la responsabilità genitoriale sulle quattro figlie, non si sarebbero fatti scrupolo di assumere sostanze “tutte le sere” davanti alle quattro figlie, due delle quali ancora bambine. “I servizi sociali si sono interessati per la prima volta a noi nel 2019, quando dopo il parto della sorella più piccola hanno trovato tracce di stupefacenti nelle analisi”, hanno spiegato.
“Per anni ho pensato di non essere figlia di mia madre, volevo anche fare gli esami del sangue. Troppo diverse per non avere dubbi”, ha detto una delle due, distinguendosi per dialettica e linguaggio, nonostante gli studi interrotti in terza media. Il presidente Francesco Oddi gliene ha chiesto conto. “Da autodidatta studio fisica quantistica e ultimamente mi sto interessando alla giurisprudenza, per via del processo, vorrei prendere un diploma serale e iscrivermi all’università”, la risposta, cui il giudice ha replicato “le fa onore”, invitandola a non mollare.
In questo quadro sono emersi ulteriori particolari agghiaccianti sulla loro infanzia e adolescenza a fianco di genitori drogati. “A 13 anni la sera dovevo andare al bar a fare gli aperitivi. Dopo le medie, abbiamo dovuto smettere di studiare per gestirlo noi, perché papà non era in grado e la mamma la mattina non si svegliava. All’inizio solo il fine settimana, poi sempre. Inoltre dovevamo pensare alla casa, alla cucina, ad accudire le sorelline piccole. E per mamma ogni occasione era buona per riempirci di botte”.
Nel 2021 il fidanzatino di una delle due chiamò Telefono Azzurro. “Dovevamo andare a vedere le luminarie. Lei me lo impedì, avevo 15 anni, obbligandomi ad andare a lavorare al bar. Fu lui a chiamare, io avevo paura. Dopo di che intervennero i servizi sociali e tre di noi sorelle rimasero con papà e una con la mamma fino a quando, a luglio 2023, non è stata picchiata selvaggiamente ed è stata sporta denuncia”.
Il processo riprenderà a dicembre.
– Madre si droga in casa e tratta le figlie come serve, il fidanzatino chiama Telefono Azzurro
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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